2011: Borsellino, Presente!

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2011: Borsellino, Presente!

Messaggio  Admin il Mar 19 Lug 2011, 03:50


In occasione del diciannovesimo anniversario dell’uccisione del giudice, Eroe, Paolo Borsellino, riportiamo di seguito il discorso che Cesare MORI, Prefetto della provincia di Palermo, pronunzio al Teatro Massimo, in occasione dell’inaugurazione del 1° Convegno Regionale degli Insegnanti Fascisti.
Paolo Borsellino, fu, massacrato insieme agli uomini delle sua scorta dalla mafia, per l’incapacità di questa repubblica democratica nata dal tradimento dell’Italia, che già dal 1943 restava senza una vera guida politica, giuridica ed economica, ove i traditori si ritagliarono un loro spazio di potere, al Nord approfittando dei motti partigiani, al sud rientrando quali guide degli anglo-americani (gli alleati), in seguito da mafiosi si fecero garanti del potere politico, contro il popolo, in funzione degli interessi politico-economici degli stessi alleati.

PAOLO BORSELINO, come del resto GIUSEPPE ALFANO, fu un uomo che scelse di rappresentare responsabilmente uno Stato che oltre averlo lasciato solo le restava ostile. La sua dignitosa battaglia contro la mafia e la corruzione politica non si concluse in Via d’Amelio il 19 luglio 1992 ma, con Lui vivrà in ogni istante nella nostra vita, quale esempio di coraggio e sacrificio, per rifare grande la nostra Patria.

Purtroppo, l’ideale in gioventù di Paolo e l’impegno di Pippo, che li accompagnarono alla morte, vengono sfruttati come fosse un’eredita, da familiari che nel loro ricordo hanno trovato una comoda ed indegna sistemazione politica.


Cesare MORI, si distinse il 1° maggio 1922, quando durante lo sciopero generale proclamato dai socialisti, si pose in difesa degli scioperanti, ordinando alle forze di polizia d’attaccare i contro manifestanti Fascisti, i quali occuparono la città di Bologna, per chiedere la sua rimozione. Rimozione ottenuta il primo giugno quando i poteri furono trasferiti all'autorità militare.
I fascisti avuta assicurazione della sostituzione del prefetto, iniziano a smobilitare.

Il 6 giugno 1926, la Federazione delle Corporazioni Fasciste della Provincia di Palermo e l’Associazione degli insegnanti Fascisti organizzarono il 1° convegno Siciliano degli Insegnanti, convegno che si tenne al Teatro Massimo di questa città, presieduto dal Segretario Nazionale dell’Associazione, professor Acuzie Sacconi, con l’adesione del Ministro della Pubblica Istruzione, rappresentato dal Reggio Provveditore agli studi e con l’intervento delle autorità militari, civili, politiche, Scolastiche, Sindacali e religiose.

La riunione riuscì un vero schieramento di forze: oltre quarantamila Insegnanti vi parteciparono. I deliberati presi, tra il massimo entusiasmo, furono resi noti.
Si poté inoltre constatare quale benefico effetto abbia avuto nell’Isola benedetta d’alta missione del Fascismo e come esso rappresentò la speranza di ogni ulteriore progresso.
La maggior ragione delle presenti parole sta nel fatto dell’aver partecipato al convegno il prefetto Mori, e dell’avere Egli pronunciato un discorso che i convenuti non solo coronarono del più ampio consenso, ma deliberarono per acclamazione, più volte ripetuta.
Che esso fosse affisso, raccolto in opuscoletto e diffuso nelle scuole.

Noi, ben consci del rivolgimento morale prodotto in Sicilia dall’opera del Prefetto MORI e della fiducia nella Giustizia che Egli ha saputo suscitare in tutto il popolo, riportiamo entusiasti il testo del discorso, consegnatoci dal Convegno, certi che l’intervento dell’insigne funzionario sarà ai giovani di esempio e di incitamento.

Signori,
in questo giorno che lealtà sabauda, fede di popolo e italica passione vollero sacro alle più alte promesse, mi è particolarmente caro essere con voi nel rito di italianità, nella attestazione di fede, nella affermazione di volontà che qui vi unisce e nella promessa solenne che vi stringe intorno a questa bandiera, la quale, come un palpito di amore della regale Palermo vi raggiunge oggi sulle posizioni che non da oggi soltanto voi nobilmente tenete, per prendere fieramente il posto che le compete tra la selva di gagliardetti onde sfolgora la giovane e vigorosa Italia in marcia sull’avvenire.
Posto di prima linea, che alla vostra bandiera compete di diritto, perché nell’ora delle prove supreme, in guerra e in pace, con la spada e con la scure littoria, nel pensiero e nell’azione, a nessuno mai di quanti hanno l’Italia in cuore, voi foste secondi.
E posto che la vostra bandiera saprà fieramente tenere perché intorno ad essa con voi, che qui vivi, presenti e decisi, romanamente insegnerete alle nuove generazioni come si debba operare per la grandezza della Patria, aleggia lo spirito di quelli dei vostri che, fatti come voi per insegnare a virilmente, vivere, lassù al fronte col nome della Patria, insegnarono con l’esempio ad eroicamente morire.
All’ombra di questa bandiera che, benedetta da Dio nel giorno augurale in cui la grande anima italiana volge con rinnovata passione al suo Re, entra in linea col crisma littorio, auspice Mussolini invitto, io sono lieto di porgervi il mio più caldo saluto, saluto in voi qui presenti, quanti dei vostri, sparsi per le belle contrade dell’Isola generosa, ed oltre i mari ed oltre i monti, nel nome della Patria rinnovellata e grande, lottano, con animo di pionieri e con fede di missionari, ed operano, in tenace e spesso ignorato travaglio, a forgiare italianamente anime ed intelletti.
Saluto codesto che vi viene da un posto, quale è il mio, di battaglia: saluto quindi di combattente a combattente perché sempre, ma oggi specialmente, e qui anche il vostro è posto di battaglia.
Combattenti, non solo, ma compagni perché è nella logica, nella scienza, e nella vita che voi dobbiate essere e siete i naturali e necessari compagni di quanti si battono per la rigenerazione morale del popolo.
Ed è nella realtà ed è nella storia che su quel terreno voi sapete essere saldi e sicuri ed eroici compagni.
Come tali, io vi guardo.
E vi attendo.
Vi attendo perché dal tormento cui non di rado le dure esigenze della lotta hanno stretto l’animo mio, e dallo spettacolo di quanto avviene oggi in Sicilia, io ho tratto un duplice convincimento:
l’uno cioè che, a parte le azioni repressive le quali possono essere e sono ancora oggi una dura necessità, la meta radiosa che sorride a ciascuno di noi ed ha nome redenzione, non potrà raggiungersi con definitiva certezza se non per tempestiva, organica e armonica fusione delle nostre azioni in una intima collaborazione ad alta dinamica spirituale ed a ritmo serrato e continuo; l’altro convincimento, si è, che l’ora sia ormai giunta in cui a questo si debba concretamente venire.
Io ho operato ed opererò ancora a che ciò sia possibile di fatto e prossimo.
E sono certo che, in nome di queste terre generosa a noi tutti doppiamente cara per le sue passate sventure e per le sue raggianti virtù, voi mi verrete incontro
Decisamente.
Ve lo dico subito:
non mi troverete solo.
Ho con me una piccola folla incorporea ma viva e presente al mio spirito, che mi accompagna sempre e mi assilla di una muta persistente domanda da quando, nella mia inquieta giovinezza ed ancora più tardi, battevo infaticabilmente queste terre tormentate vagheggiando un sogno di riscossa che muoveva allora gli scettici al sorriso amaro, ma che oggi, fatto finalmente realtà, si illumina dal sorriso sereno e gagliardo dei forti, dei buoni e dei vittoriosi, avviati ormai irresistibilmente sulle vie della liberazione.
Non mi troverete solo, ho detto.
Ed eccovi quelli che sono con me.
Ne è primo un piccolo pecoraio, un ragazzo lacero macilento e bruno, dai baldi occhi precocemente pensosi, che molti anni addietro in un triste pomeriggio autunnale sferzato dalla pioggia e dalla bufera, trovai immobile sotto la dura incerata e solo dalla solitudine fosca di un malfamato latifondo guardare rassegnato e muto un gregge di pecore.
Mi mosse a pietà: scesi di sella e gli parlai: gli parlai a lungo.
Parlò egli pure.
E fu cosi, per la bocca di un fanciullo, per la parola di un innocente, che in un’ora di melanconia e di solitudine, in cospetto della natura in furore, io ebbi la prima rivelazione.
Il padre: ricercato, in America.
La madre malaticcia e sola al paese con due bambini.
Il paese: lontano; quanto? Non lo sapeva, non lo vedeva mai.
Dio, la preghiera, la scuola? nulla.
Il Re, l’Italia, la Patria? niente.
Il diritto, il dovere, la legge, il bene, il male? nulla.
Gli uomini?
Meglio le pecore: le pecore miti e buone perché di uomini egli fino allora aveva veduto soltanto o malviventi che lo battevano perché li lasciasse rubare o il padrone che lo battesse perché rendesse conto di quanto quelli si erano presi o la forza pubblica che lo atterriva per conoscere da lui ciò che egli non sapeva o non capiva.
E mi guardava, il piccolo pecoraio, da sotto la dura incerata con una muta domanda cui io non seppi rispondere.
Un altro.
E’ un uomo questo, un latitante, responsabile di omicidio, ricercato da tempo invano.
Intorno a lui, una leggenda di invulnerabilità che involgeva anche la moglie additata come sua vigile, felina, decisa compagna.
Per la forza pubblica, quindi, una questione di prestigio.
Irruppi un giorno di sorpresa nella sua casa.
Era l’ora del pasto.
Intorno al povero desco, la moglie e cinque bambini: tra essi un posto vuoto, una sedia a terra, una scodella fumante.
Il latitante aveva avuto appena il tempo di saltare da una finestra lasciando il moschetto.
Al mio apparire, mentre i bambini rompevano in pianto, la moglie si levò virilmente pronta alle difese ed alle sante menzogne.
A lei che si diceva fosse una virago, parlai come si deve parlare ad una madre e ad una moglie e me ne uscì lasciando su quel triste desco una tenue moneta che volli destinare ai bambini.
Tre giorni, dopo nel mio ufficio, l’inafferrabile latitante veniva a presentarsi.
Né volle, egli, rispondere alle mie domande se non col lasciarmi la mano piangendo.
Un altro.
E un bandito questo, giovane sanguinario, audacissimo, in fama di irriducibile, macchiato di numerosi omicidi e colpito da taglia.
A capo di una banda armata terrorizzava da tempo le popolazioni battendosi arditamente con la forza pubblica.
Una notte lo sorprese con la sua banda asserragliato in una infame catapecchia nel cuore del suo paese.
In piena oscurità, a distanza di pochi metri, si impegnò un conflitto a fuoco a raffiche intermittenti e cieche con le quali da ambo le parti si tentava il bersaglio.
E per tutta la notte i colpi e le bestemmie di lui imperversarono.
Sul far del giorno però, delineatesi le posizioni, il fuoco si andò serrando e facendo preciso: la posizione tragica.
Questione di minuti e la lotta si sarebbe decisa.
In quel momento, davanti a me scarmigliata e piangente, una donna: la madre del capo banda venuta chi sa da dove. Mi chiese di parlare al figlio.
E prima di sferrare l’ultima meditata raffica che sarebbe stata decisiva e mortale, aderii.
Sospesi il fuoco per qualche minuto durante il quale la donna, avanzatasi al coperto di un muro fino a portata del punto dal quale il figlio inferocito continuava coi compagni a sparare, ebbe un solo grido: figlio mio!
Un istante: e dalla casa, un grido solo rispose:
Madre!
E tale era quel grido e di tanta passione che le armi ci tremarono in pugno.
Armi inutili ormai poiché il grido accorato della madre aveva vinta la voce di acciaio dei moschetti: e la banda si arrendeva.
Un altro ancora: l’ultimo. E’ un autentico brigante questo, solitario e feroce, uso al sangue ed alla preda, carico di misfatti, negato alla pietà, bestiale nell’aspetto, gravato di una leggenda sinistra e sanguigna che lo fa temutissimo, colpito da forte taglia, braccato incessantemente come una fiera.
Una notte la forza pubblica lo sorprende in un casolare tra gli ulivi e lo circondò.
Egli, solo, si chiuse, si asserragliò ed impegnò un conflitto a fuoco: conflitto tragico perché pareva che come i felini egli vedesse nelle notte e tirava preciso.
A un certo momento un agente, colpito, cadde con un lamento, ai piedi di un ulivo.
Il bandito se ne accorse e reiterò i colpi su quel punto.
Nella oscurità che incombeva, i più vicini al caduto, noncuranti di loro gli si accostarono per levarlo di là.
Qualcuno sussurrò: abbassatevi, non fate gruppo.
E allora, in un momento di silenzio solenne come talvolta se ne hanno anche nel furore delle tempeste, una voce si levò nella notte: la voce del bandito che diceva: - Sospendo il fuoco, portate via il vostro compagno - .
E cosi egli fece finché il doloroso gruppo sul quale già aleggiava la morte non si fu allontanato.
Ripreso il conflitto, alle prime luci del giorno, soverchiato e vinto si arrese.
Lo vidi poche ore dopo, ammanettato e torvo, camminare verso il suo triste destino.
Ne studiai il volto, ne scrutai l’anima: nulla.
Ma da quel giorno mi sentii più vicino al mistero di questa terra di fiamme che pure nei suoi reietti
Sa essere terra di cavalieri.

Signori,
a molte decine ancora io potrei presentarvi figure raccontarvi episodi da ciascuno dei quali voi vedreste balenare inattesi tali lampi di luce che vi piegherebbero, come piegarono me, a lunghe e spesso dolorose meditazioni.
E voi, del pari, pure smarrendovi forse come io mi sono smarrito, alla sua ricerca, dovreste meco riconoscere la esistenza di un imponderabile possente, specifico della razza, che, per virtù stessa dell’intima essenza della stirpe, interviene operante a muovere in fugaci ed improvvisi ritorni, anime crepuscolari già perdute o in via di perdizione.
Ma voi pure, che siete educatori e scrutatori di anime, sentireste come lo ho sentito, tutta la responsabilità che grava su quanti furono o vollero essere ciechi a quei lampi di luce e su quanti negarono o non seppero comprendere e coltivare quel poderoso coefficiente di salvazione.
Cosi è Signori che quando io vedo oggi gruppi di sciagurati avviati alla espiazione di un passato di colpe, penso, si, che su ciascuna di essi gravano specifiche responsabilità personali, ma mi domando se oltre e forse prima di quelle non esitano responsabilità più vaste e più complesse.
Mi domando, cioè, se per lo addietro la società e lo Stato abbiano fatto sempre e tutto, quando era dover loro, in confronto ed in vantaggio di quegli sciagurati.
La risposta non è affermativa.
Lo sappiamo tutti, come tutti sappiamo il perché essa sia tale.
Diamolo quindi per detto, tanto più che non è davvero il caso di fare qui il processo al passato.
Quel passato, Signori, è già giudicato e condannato.
Inappellabilmente.
E la sua condanna non è soltanto nella triste teoria di quei gruppi di sciagurati cui ho dianzi accennato, ma è anche e soprattutto nell’appassionato impeto di riscontro con cui la pura anima siciliana risponde oggi al richiamo di amore, all’attestazione di fede, alla affermazione di solidarietà che con italico fervore le viene dal Governo Nazionale il quale, impersonato nella epica figura di Benito Mussolini, tende all’Isola generosa fraternamente la mano sicura e possente.
La condanna di quel passato, Signori, sta in ciò che oggi, presente finalmente ed operante lo Stato, vigile ed attivo il Governo, alto il prestigio della Nazione, libera e raggiante la luce sacra all’ideale purissimo della Patria, la grande anima siciliana già smarrita come in una notte illune cui fu unica luce il bagliore sinistro delle rivolte ed ove unica guida fu il compromesso, ritrovata se stessa, affiora di slancio in tutta la sua bellezza, in tutta la sua purissima energia ed irrompe fiera e nuda come già le vergini Spartane nell’arena, sulle vie della redazione e dell’avvenire radioso che Iddio le ha assegnato, insorgendo decisa contro il malo imperio e la mala genia, disperdendo in un bagliore di irresistibile verità ombre-insensate e balorde leggende, travolgendo in una ondata di santo sdegno altari equivoci ed idoli furfanti e fugando nel nulla con la spada alle reni filibustieri, predoni e barattieri.
Perché, o Signori, era a partito o è in malafede chi crede o dice che tutto si riduce ad azioni di polizia quello che oggi avviene in Sicilia.
Sarebbe recare nuova onta all’Isola fierissima il pensare che essa attenda la sua redazione da atti di repressione o da provvedimenti di Pubblica Sicurezza.
La Sicilia è nata alle vittoriose riscosse ed in sé tanto di capacità reattiva, tanto di revulsivo da neutralizzare gli effetti dei più virulenti veleni sociali.
Certo si è. Signori, che al possente stimolo rinnovatore che viene da Roma, si vanno quotidianamente pronunciando nell’Isola stati d’animo nuovi, sintomatici di un processo espulsivo in via di intensa e diffusa elaborazione.
Da ciò quell’intervento che volgarmente si chiama azione di polizia e che tale può apparire agli osservatori superficiali; da ciò quel prelevamenti – chiamiamoli cosi – che hanno dato luogo a tanto dilagare di volgare fantasia e di sciocchezze di ogni calibro.
La verità è invece questa, che qui non siamo a procedimenti per estirpazione violenta dall’esterno, ma siamo a processi di eliminazione per auto-espulsione ambientale.
Oggi la Sicilia, l’ambiente elimina le sue scorie; noi non facciamo che raccogliere.
E’ il risveglio: è la vita: è l’avvenire: è l’organismo sano che finalmente reagisce alle tossine: è l’anima nuova che sorge e si rivela in pieno.
Ecco perché, Signori, ho detto non soltanto che vi attendo, ma che l’ora è giunta di agire.
A noi l’aspra e dura e spesso amara fatica dell’ancor contrastato tramonto di una lunga e dolorosa giornata; a voi l’aurora della giornata novella.
A voi la cura, cioè, dell’anima nuova di questa terra ardente: anima fanciulla a ieri furono contese tutte le vie e negate tutte le luci.
Fatene una cosa pura, veggente, consapevole e forte, materiata di amore e infiammata a una fede.
Dio, il Re, la Patria.
E nel nome d’Italia traetene uomini che siano veramente tali: uomini pronti ad eroicamente morire ma capaci di utilmente vivere.
Soltanto cosi noi potremo finalmente vedere verso l’avvenire e contro il passato la ove erano inutili folle arruffate e torbide, schiere salde e sicure di giovani muscolosi e glabri come quei legionari onde Roma fu grande; e branchi di lupi usi all’attacco e ribelli alla sfera la ove erano trepidi greggi di pecore belanti sotto la verga del pastore e il ringhio dei molossi; e su, nell’aria già fatta deserta per l’incombere di livide nubi, falchi e sparvieri, ed alta nei cieli verso il novissimo sole, maestosa e possente, coronata di torri, armata del littorio dello scudo Sabaudo, l’aquila grifagna.
Cosi sia, Signori, perché cosi deve essere e cosi sarà.
Torni ciascuno di noi al proprio posto e, nel nome del Re, nel nome del Duce, nel nome d’Italia, imprenda decisamente la sua via recando in cuore un nome Sicilia.
Ci ritroveremo. Signori, e sarà nel giorno glorioso della immancabile e non lontana vittoria.
E la, nel tripudio della meta raggiunta, ci stringeremo ancora fraternamente la mano, accomunati nel santo orgoglio, nell’intima soddisfazione, nella gioia inesprimibile che Iddio riserva agli uomini che non vissero invano.

Il prefetto MORI, nella sua funzione non si sentiva solo, ma si domandava se negli anni addietro la società e lo Stato avesse fatto sempre e tutto, quando era dovere loro, in confronto ed in vantaggio dei più poveri.

Il giudice Borsellini fu lasciato solo e per questo perì unitamente agli uomini della sua scorta. Colpa degli stessi traditori che nel 1943 portarono il nemico in casa nostra, il quale ancora oggi nasconde verità indicibili.

A che serve la manifestazioni del 19 luglio 2011, senza insegne di partito a cui parteciperanno la Meloni e Alemanno i quali, prima della abiura, manifestavano con i giovani del Fronte della Gioventù, che nel 1992 coniarono lo slogan “Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino”, nel tentativo di alzare una Dica, fra i politici dell’arco costituzionale e il popolo degli illuminati, indicato da MORI. Oggi manifestare tutti insieme non vuol dire ricordare Borsellino. No davvero! Vuol dire restituire la Sicilia alla stessa illegalità dei Lima e dei Ciancimino. Il nostro cameratismo, lontano dall’antimafia da salotto, non ci consente di partecipare ad un corteo aperto a tutti. Non uniremo, mai, il nostro grido “Paolo vive”, con i meschini sceneggiatori, del tanto peggio tanto meglio.




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