Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.

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Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.  Empty Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.

Messaggio  Admin Gio 11 Mar 2021, 19:09

Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.  Lliber11

Accade ancora, a scrivere il falso questa volta è la compagna Ilaria Romeo, la quale malagevolmente richiama un’intervista che Benito Mussolini ha rilasciato a “Le Journal” il 12 novembre 1922 https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k7608328f/f1.item nella quale, secondo la Romeo, – ad appena 13 giorni dall’incarico a Primo Ministro – avrebbe smentito i postulati del Programma Fascista del 1919 nel quale al primo punto si affermava oltre al diritto di voto alle Donne anche quello della loro eleggibilità.    

A dire il vero la richiesta della concessione del diritto di voto alle donne, realizzando pienamente il suffragio universale, non fu mai sollevato da una vasta area del mondo femminile italiano. Il suffraggittismo ebbe poche missionarie e le ebbe nel primo novecento tra le intellettuali d’avanguardia. Nel primo dopoguerra si ebbe una vasta accentuazione dovuta al maggior peso, delle donne che avevano dovuto partecipare attivamente alla guerra  sostituendo gli uomini in molti posti di lavoro.
La polemica pro e contro fu condotta con vivacità da entrambe le parti ma le favorevoli rimasero pur sempre una esigua minoranza.

La comunista scrive: <<- inizia così per le donne il ventennio fascista: un percorso a ritroso che le relegherà quasi esclusivamente al ruolo di mogli e madri ->> nascondendo la più profonda delle verità; non dice che il riconoscimento al diritto di voto alle donne era stato negato dai governi socialisti tanto quando da quelli liberali dal 1861, fino all’avvento del Fascismo.

Non dice che, nonostante l’assenza di una vera impellenza del  tema il Governo Fascista non cambio i postulati intrapresi durante la riunione di piazza San Sepolcro, all’atto fondativo del fascismo, Mussolini dichiarò: “Chiediamo il suffragio universale, per uomini e donne”. A ben vedere le cose non cambiano neanche dopo la presa del potere. Il 9 maggio del 1923, quando quindi era già al governo da un anno, Mussolini dichiarò: “Io penso che la concessione del voto alle donne in un primo tempo nelle elezioni amministrative in un secondo tempo nelle elezioni politiche non avrà conseguenze catastrofiche come opinano alcuni misoneisti, ma avrà con tutta probabilità conseguenze benefiche perché la donna porterà nell’esercizio di questi vivaci diritti le sue qualità fondamentali di misura, equilibrio e saggezza”. Il contesto era la discussione di un disegno di legge presentato dall’onorevole Acerbo che concedeva il voto amministrativo alle donne. Mussolini lo difese contro l’opinione corrente dell’epoca, che peraltro trovava su posizioni contrarie lo stesso monarca. In quello stesso periodo, Mussolini intervenne anche al congresso dell’Alleanza internazionale pro suffragio femminile, tenutasi a Roma. Tuttavia quel disegno di legge, mai approvato, decadde quando furono sciolte le camere.

La comunista nasconde che, il Governo Fascista nonostante l’assenza di una vera impellenza riprese in mano il tema del diritto al voto amministrativo alle donne all’inizio del 1925, per essere infine approvato il 15 maggio 1925 riconoscendo ad esse oltre al diritto di voto  anche la eleggibilità. L’Italia Fascista riconosce – al contrari dei governi socialisti e liberali - il diritto di  voto alle elezioni amministrative alle donne che avessero compiuto almeno gli studi elementari inferiori o pagassero una data imposta, esercitassero la patria potestà o la tutela, avessero certe benemerenze civili o fossero madri o vedove di caduti di guerra. Una circostanza che ribalta un pò di stereotipi sulla presunta misoginia del Fascismo. Un segno di riconoscimento del valore sociale che a parte poche donne nominate membri onorari di consigli comunali poterono svolgere. La figura non elettiva del Podestà rese inoperante quel riconoscimento, il quale, comunque, restò una questione di principio.

La legge che per la prima volta rendeva le italiane elettrici in ambito amministrativo entrò in vigore il 22 novembre 1925, ma fu inutile, ad essa si interpose la riforma podestarile entrata in vigore pochi mesi dopo e precisamente il  4 febbraio 1925, la quale annullava ogni elettorato amministrativo locale sostituendo al sindaco il potestà che insieme ai consiglieri non era eletto dal popolo, ma dal governo.

Nel 1938, ci fu un’altra occasione: nel testo che decretava la nascita della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, comparve a un certo punto un’aggiunta, voluta da Mussolini in persona, che rendeva anche le donne eleggibili come consiglieri nazionali.

La postilla venne però, alla fine, stralciata. Secondo Renzo De Felice, la spiegazione più probabile è che Mussolini abbia fatto marcia indietro per non contrariare il re, che aveva visionato e firmato un testo privo di quell’aggiunta, alla quale sarebbe stato peraltro contrario. Per evitare una crisi con la corona, Mussolini avrebbe preferito non dar seguito al suo proposito.

Vi è infine da segnalare un’altra occasione: durante la Repubblica sociale, il ministro dell’Educazione Nazionale, Carlo Alberto Biggini, redasse una Costituzione che non fu mai promulgata, in quanto il Consiglio dei Ministri del 18 dicembre 1943 decise di rinviare la convocazione di un’Assemblea Costituente successivamente alla fine della guerra. In quel testo, all’articolo 17, si legge: “La Camera dei rappresentanti del lavoro è composta di un numero di membri pari a 1 ogni 100.000 abitanti, eletti col sistema del suffragio universale diretto da tutti i cittadini lavoratori maggiori degli anni 18”. Si parla quindi di suffragio universale, così come, all’articolo 87, si fa lo stesso per quanto riguarda l’elezione dei consigli comunali e provinciali. Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di un’affermazione di principio che le contingenze storiche impedirono di veder attuata nella realtà. Tutto concorre comunque a indicare che il Fascismo intendeva riconoscere la piena partecipazione politica delle donne alla vita nazionale. Probabilmente prima della democratica e civile Svizzera, che ci arrivò solo nel 1971.

A seguire il dettato dei lavori della Camera dei Deputati del 15 Maggio 1925.

Atti Parlamentari — 3613 — Camera dei Deputati LEGISLATURA XXVII — la SESSIONE — DISCUSSIONI — TORNATA DEL 15 MAGGIO 1925

Seguito della discussione del disegno di legge: Ammissione delle donne all'elettorato amministrativo.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: Seguito della discussione del disegno di legge: Ammissione delle donne all'elettorato amministrativo. Ha facoltà di parlare l'onorevole Manaresi.
MANARESI. Onorevoli colleghi, dopo un così commovente coro di oratori favorevoli al voto alle donne, io non intendo fare un discorso di opposizione, ma semplicemente spiegare le ragioni che mossero me' e la grande maggioranza della Camera a dare, negli Uffici, voto contrario al disegno di legge. Non farò un discorso di opposizione, perchè è tanta la fede che io ho nell'uomo che ci guida, al quale noi abbiamo demandato tutta la somma dei poteri in momenti difficili, e che ha dimostrato, nei momenti tragici della nostra storia, di essere veramente il veggente mandato all'Italia dal destino, che darò voto favorevole al progetto di legge, se quest'uomo lo chiederà. Ho però il dovere di esprimere le ragioni per le quali io sono contrario al progetto di legge, anche perchè non sembri che quella votazione degli Uffici sia stata frutto di un impulso momentaneo o di un non meditato pensiero, e non invece, come fu veramente, prodotto di un convincimento radicato nella coscienza della maggioranza dei deputati della Camera italiana. Gli oratori che mi hanno preceduto, dall'elegante onorevole Gasparotto (Si ride) al commovente onorevole Sandrini, dallo eruditissimo onorevole Vicini, al pirotecnico onorevole Gabbi, al quale pare che il fascismo abbia veramente donato una nuova e dinamica giovinezza, (Ilarità) hanno combattuto il nostro pensiero facendo dire a noi cose che nessuno di noi ha mai pensato e mai detto. Si è detto che noi non riconosciamo alla donna eguaglianza di capacità intellettuale con l'uomo, e, per dimostrare la fallacia di questo nostro supposto pensiero, i dotti oratori che mi hanno preceduto hanno fatto una scorribanda vastissima nella storia dei popoli, riportando alla ribalta tutti i nomi delle donne illustri che furono eccelse per virtù militari o per sapienza politica, che furono celebri nella scienza, nelle lettere o nelle arti, da Gaspara Stampa a Giovanna d'Arco, da Caterina alla Regina Vittoria, da Madame Curie alle poetesse recenti: tutte le grandi ombre furono evocate dai nostri contraddittori a conforto della loro tesi. E si è protestato contro il nostro misoneismo, si è ricordata la guerra, si sono esaltate le magnifiche prove che in essa diedero le donne! Non possiamo che associarci, a queste dotte argomentazioni: noi non facciamo questione di capacità. Riconosciamo che la donna è, quanto l'uomo, intellettualmente capace, e superiore all'uomo per potenza e per profondità di sentimento, e non abbiamo difficoltà ad ammettere che, col progresso della vita civile, la donna si verrà sempre più portando all'identico livello dell'uomo, in tutti i campi della privata attività. Nemmeno noi facciamo questioni di libertà. Tutte le libertà devono essere concesse alla donna (Si ride), perchè la donna deve trovare i limiti alla propria libertà nei freni inibitori propri, e non in costrizioni esterne, sempre inadeguate e inefficaci. E sarà appunto, l'aumentata coltura ed educazione morale, che noi otterremo che questi freni inibitori funzionino più prontamente e frequentemente. E nemmeno intendiamo unire il problema del voto politico amministrativo femminile agli altri problemi, già superati, della capacità della donna nell' ambito del diritto privato. Anzi diciamo che le conquiste ottenute in questo campo, sono la riprova della giustezza della nostra tesi; se una legge, divenuta iniqua, stabiliva una sperequazione nell'ambito del nesso famigliare fra uomo e donna, ottimamente una provvida riforma abolì l'assurdo istituto dell'autorizzazione maritale, e ciò fu giusto riconoscimento del principio che vuole che, nell'ambito del nesso famigliare, non solo l'uomo e la donna debbano essere eguali, ma la donna vi regni, come vi regnava ai tempi luminosi di Roma antica. Gli egregi nostri contraddittori si sono scagliati contro di noi, perchè abbiamo negato influenza decisiva all'esempio che ci viene dagli altri popoli. L'amico on. Vicini non si è accontentato di fare una specie di Maratona attraverso alla storia dei popoli, ma ha persino circumnavigato il mondo, e si è fermato con particolare compiacimento al Parlamento del Colorado. L'amico onorevole Acerbo, nella sua relazione, non ha esitato a spezzettare tutte le Nazioni della Confederazione Americana, e a dividere dall'Inghilterra le sue colonie ed i suoi domini per aumentare il numero, veramente esiguo, dei popoli di oltre Oceano che hanno dato il voto alla donna. Tutti poi si sono intrattenuti sull'esempio dell'Europa, tutti hanno protestato univocamente contro il relatore della maggioranza, reo di aver detto che questi esempi non potevano far stato per l'Italia. Ebbene io concordo invece pienamente con le parole del relatore, e ritengo che noi italiani e, specialmente, noi fascisti, dob-biamo trovare conforto alla nostra tesi, piuttosto nelle radici potenti della nostra vita di latini, che nell'esempio di altri popoli. (Approvazioni). E se ricordiamo che l'antica Roma, che pur portava sugli altari i diritti politici ed amministrativi, dobbiamo tener conto di questo importantissimo elemento. E dico, noi fascisti, che amiamo ricollegare la nostra giovine vita di partito con le pili nobili e le più forti tradizioni romane, noi fascisti che diamo al mondo un esempio di vita politica e di coscienza nazionale, unico nella storia, oggetto di stupore e di ammirazione per tutti i popoli. Ma qual'è la vera ragione per cui tanta parte della Camera è contraria a questa riforma La ragione è una sola: la riforma non è sentita nel paese, e, se è vero che noi siamo l'espressione della stragrande maggioranza degli italiani, la stessa accoglienza che la legge ha avuto negli Uffici, ne è la prova migliore e più assoluta. Si nega questa nostra affermazione di scarso consenso, opponendo invece l'esempio di moltissime associazioni socialiste, fasciste, cattoliche, di donne, che si interessano ed appoggiano la questione. Ma se osserviamo quale infinitesima parte di donne sia oggi organizzata in associazioni politiche, facilmente ci persuadiamo che queste donne non possono ritenersi interpreti della volontà della maggioranza delle donne italiane. Nè si dica che tutte le grandi riforme furono sempre volute da una esigua minoranza, come osservava l'onorevole Mirabelli or son vent'anni in questa stessa Camera. Le questioni del voto sono quelle più vicine alla grande massa degli uomini, hanno risonanza nella vita di tutti i giorni, sono le questioni sulle quali la opinione pubblica è più prontamente e profondamente informata, quelle che giungono nelle località più remote delle nostre città e delle nostre Provincie, quelle, onorevoli colleghi, che si sono imposte e si impongono solo quando siano volute veramente dalla maggioranza del Paese. Andrea Costa, il grande socialista della mia terra, che non può essere sospetto in argomento, perchè era favorevole al voto alle donne, diceva: il voto alle donne si avrà quando, a chiederlo, non sarà una esigua minoranza di donne borghesi ed intellettuali, ma quando il voto sara voluto dalla falange delle donne lavoratrici, che sacrificano la parte migliore della loro vita nella fatica di tutti i giorni. Ebbene, onorevoli colleghi, ritenete voi veramente che la maggioranza delle donne lavoratrici d'Italia voglia oggi il voto; che le donne, le madri di famiglia, quelle che, nelle officine, nei campi nelle scuole, guadagnano con dolore la vita, vogliano oggi il voto, o non piuttosto che a. volere il voto sia oggi una esigua schiera di nobili, gentili ed egregie donne, avulse però dalla vita delle classi femminili lavoratrici ? (Interruzioni — Commenti). Voci. È vero!.
MANARESI. Se questa sensazione è generale nel nostro paese, non dovete ritenere che essa non abbia la propria base fondata anche su vere ragioni d'ordine pratico. Ammetto che ben poca è la letteratura contraria al voto alle donne, ma, se nonostante questa scarsezza di appoggi, la tesi contraria è sempre prevalsa, ciò significa che la riforma non è stata voluta mai dalla maggioranza del nostro Paese. Ma quali sono i vantaggi, quali gli svantaggi del voto femminile.
1 Abbiamo udito, in questa discussione, affermazioni mirabolanti: dall'onorevole Gasparotto che si attende dal voto concesso alle donne un aumento della natalità (Commenti), all'onorevole Gabbi, il quale dichiara che si è prodotta, coll'intervento della donna nell'amministrazione dei brefotrofi, una diminuzione della mortalità.
GABBI. È una verità sacrosanta.
MANARESI. Tutti hanno sostenuto che la donna nella vita politica italiana, porterà una maggior dose di equilibrio e di saggezza. Quanto alla serenità che si dice apporteranno le donne, io rammento la brutalità che le donne rosse della mia terra, recavano nelle competizioni politiche. (Interruzioni — Commenti). La donna ha tesori di sentimento, ma quando è pervasa dall'odio diviene assai più feroce dell'uomo e più di lui intemperante: in essa il sentimento prevale sul raziocinio; difficilmente essa sarà di partito diverso dell'uomo che fedelmente ama; la disparità di opinioni politiche si avvererà solo là dove non sia sentimento di amore, ma freddezza e indifferenza. Il voto femminile, pertanto, non varrebbe che a raddoppiare il numero dei voti, senza recare alcuna influenza nella vita politica del paese; verrebbe invece sicuramente a portare la fiamma e l'ansito della politica nell'ambiente sereno della famiglia. (Inter-ruzione del deputato Gabbi). La donna ritornando dal lavoro trova oggi nella famiglia, insieme all'uomo che ama, la serenità che ristora: toglietele anche questo tranquillo rifugio e vedrete il soffio delle passioni agitare ancor più le genti e turbare la pace della casa. (Interruzioni — Commenti). Vale il dire che colla proposta di legge si fa un esperimento, si permette un tirocinio. La Storia insegna che in simile materia ogni concessione non consente ritorni o resipiscenze, ma porta a continue estensioni: del resto tutti gli oratori che hanno parlato prima di me, hanno francamente riconosciuto che questo non è che il primo passo per la concessione alla donna del voto politico. E, io, pure contrario alla concessione del voto amministrativo alla donna, non troverei ragioni sufficienti per oppormi al voto politico, ove fosse concesso il voto amministrativo, perchè le nostre amministrazioni sono talmente permeate di passione politica che è oggi ben difficile distinguere, e sarebbe irrazionale distinguere, vita amministrativa, da vita politica. Io sono... (Interruzione del deputato Gabbi) Mi lasci parlare! Se fosse più giovane l'onorevole Gabbi, sarebbe del mio pensiero. ( Approvazioni — Ilarità).
GABBI. Sono più moderno certo! (Rumori).
MANARESI. Io sono contrario al voto alle donne, perchè esso distrarrebbe la donna dalla serenità del lavoro e dalla famiglia. {Interruzioni —- Commenti)-, mentre non sarebbe fonte di alcun progresso sociale. Sono contrario al voto alle donne, non per vieto misoneismo o per maschile egoismo, ma anzi per permettere alla donna di rimanere la regina della casa e del cuore dell'uomo che ama, nella serenità del lavoro e dei più intimi affetti. (Approvazioni). L'onorevole Gabbi ha invocato il referendum: vorrei anch'io che tutte le donne potessero esprimere, ma tutte veramente, il loro pensiero sull'argomento; e, se esse richiedessero il voto, sarei io il primo a riconoscere loro questo diritto. Ma sento invece che noi, contrari, non siamo solo degli uomini, ma portiamo qui il pensiero che esce dalle nostre città, dalle nostre case, la volontà stessa delle donne che sono al nostro fianco. La verità è che le donne, nella grande maggioranza, o si disinteressano della questione, o sono al voto nettamente contrarie. (Commenti — Interruzioni). Onorevoli colleghi, io ho finito. Ho dichiarato, in principio, che, pur contrario al voto, sarei disposto a far violenza al mio convincimento, ove l'uomo che ha in pugno i destini del nostro paese e che ha sempre dimostrato di veder lontano, avesse pregato noi di votare a favore. E questo, ripeto, non è affatto atto di servilismo e non è solo atto di disciplina, ma atto di onestà e di coerenza. Abbiamo a quest'uomo dato in pugno l'Italia, perchè egli la guidi sempre più avanti nelle vie del destino e della storia: seguiamo la via maestra che egli ci indica! Per debito di onestà e di coscienza, noi a quest'uomo abbiamo però voluto esprimere il nostro pensiero contrario alla legge, credendo con questo di assolvere a quel preciso dovere, che noi abbiamo verso la donna stessa, che noi vorremmo sempre accanto a noi, pari a noi di ingegno e superiore a noi di sentimento, ma lontana dalle battaglie politiche, che trasformano la donna, messaggera d'amore, in una fiaccola avvampante di odio. Questo, onorevole presidente, è il nostro pensiero: pensiero che non offende né le mamme, né le spose, né le figlie che perdettero i loro cari in guerra, che non offende tutta la pleiade magnifica e benefica delle donne che lavorano, ma che anzi cerca di difendere dalla fiamma del politicantismo, quella oasi magnifica di serenità, che è il focolare domestico! (Applausi — Commenti — Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Martire.
MARTIRE. Io credo, onorevoli colleghi, che, nonostante l'intervento così eloquente dell'amico e collega Manaresi, la discussione iniziata ieri qui, alla Camera, non assuma e non possa assumere il carattere e la vivacità di un largo e profondo dibattito per alcune ragioni - oltre che le contingenti, alle quali è inutile far cenno - per alcune ragioni più profonde che derivano dalla nostra tradizione e dallo stato di fatto economico, sociale e giuridico che il problema del voto femminile suppone. Una di queste ragioni, della quale può sentire tutto il valore l'onorevole Manaresi, era accennata acutamente dal Gabba: una ragione che trae il suo motivo dalla nostra tradizione paesana e nazionale; mai in Italia c'è stata una questione viva e un vivo contrasto nel campo spirituale e politico, nei riguardi della cosidetta questione femminile, perchè «sempre da noi la donna, più che in qualsiasi altra nazione, ha avuto nella vita privata una dignità pari a quella degli uomini, essendo anzi il concetto e il sentimento universale della perfetta eguaglianza morale e civile tra i due sessi una delle tradizioni più antiche della civiltà italica ». - È per questo che noi, in Italia, non abbiamo mai avuto e nemmeno oggi abbiamo una polemica attorno al problema femminile, perchè mai nella nostra tradizione si è negata la spirituale eguaglianza dei sessi, mai - come Lutero, mai come i suoi discepoli nella dieta del 1595 - fu tra noi posto il quesito se alla donna convenisse o no riconoscere la sua dignità di essere umano. Anzi la tradizione nostra latina, romana e cristiana, quindi cattolica; perchè non possiamo parlare della prima Roma senza ricongiungerla in atto con la Roma di Dante, che trae la sua vita e il suo splendore dal connubio mirabile dell'idea classica e della idea cristiana. E quindi, il concetto nostro nazionale della donna, così come lo ha espresso il nostro medioevo in Italia, in Francia, nella Spagna stessa, nei paesi cioè a tipo di tradizione latina, è un concetto che afferma anche nel campo giuridico e anche nel campo politico la capacità della donna ad assumere funzioni ed uffici di governo. Basterebbe prospettare la fisonomía giuridica e morale dell'Abbadessa, cioè di questo tipo straordinario di « capo » riconosciuto di una piccola città claustrata, un capo che imbraccia il pastorale ed esprime così la potenza dello spirito e la potenza del governo, onde l'Abbadessa è chiamata anche a discutere e a dar voto nelle diete e nei consigli delle città. Basterebbe prospettare le forme che il medioevo mirabilmente ha saputo esprimere attraverso l'urto fecondo della civiltà feudale e della civiltà romana, forme di attività muliebre, pur nel campo delle più alte affermazioni politiche. Noi abbiamo donne sovrane, regine ed imperatrici, donne che presenziano concili e che giudicano nei tribunali, donne che pur nel cerchio della vita feudale affrontano i cimenti più alti della vita e della pubblica predicazione e si chiamano Caterina Benincasa e Rosa da Viterbo, espressioni di femminilità viva, « politica » nel senso più squisito del termine, in una fase di attività e di vita sociale in cui la partecipazione del cittadino del laico, né prete, né soldato, è ridotta ed è espressa ai minimi termini. Ora, da questo punto di vista tradizionale nostro, la Rivoluzione del 1789 segna un regresso, il regresso più doloroso e più deformante di questa limpida linea di ascensione umana e spirituale che attraverso il pensiero romano e cristiano riconosce l'eguaglianza spirituale della donna attraverso la differenziazione effettiva della sua funzione e delle sue caratteristiche fìsiche e spirituali. Fu in un dibattito rivoluzionario, l'amico Gasparotto lo ricorda e me lo insegna fila più in casa; c'è l'officina che fila la lana. È il fatto, il fatto tipico e caratteristico, del secolo; è la macchina che ha distrutto il focolare come entità produttiva. E atto di ordine tecnico, che nessuno può sopprimere, perchè è un fatto che caratterizza, che dà la fisonomia, il tono a tutta la vita nostra d'oggi, in tutte le sue espressioni. (Approvazioni). Dobbiamo cercare noi di trovare una valutazione specifica a questo fatto, come la cerchiamo nel sindacalismo. Qualunque sia la valutazione politica, giuridica, filosofica, del fatto che si ricostituiscono modernamente le unità corporative che la rivoluzione francese spezzò nell'idolatria individualistica dei diritti del cittadino resta indiscusso che il divenire sindacale è un fatto. Si potrà disciplinare, si potrà inquadrare la visione dei nuovi compiti e della nuova fatica. La casa e la lana! Ma adesso queta tremenda, fantastica, e pur mirabile divinità nuova fatta di acciaio e di energia che è la macchina, passa rombando e dichiara la guerra al focolare! Dobbiamo trovare qui la valutazione politica e giuridica di tanto rivolgimento. (Commenti). E la troviamo. Il problema, il medioevo e l'antico regime l'avevano risolto mediante il chiostro e la casa patriarcale. La donna nubile, la zitella, trovava la sua vocazione naturale o nella vita del convento o nella casa del padre. Ed era la zia, la vecchia fedele zia, l'educatrice dei più piccoli nel piccolo regno soave dove imperava la figura candida e austera del padre, dove, attraverso la sovranità della paternità si esprimeva anche un'effettiva e giuridica sovranità. Questo mondo è scomparso. Possiamo noi farne l'evocazione letteraria poetica e sentimentale; nessuno più di me può sentire tutto il fascino vivo, estetico, religioso, se volete, di questo mondo che non è più. Ma, chiamati a vivere nell'oggi e a lavorare nell'oggi in questa giornata mortale, che è la nostra, io devo ritrovare i nuovi vincoli vivi, tra lo spirito ed il fatto, la nuova conquista, la nuova bellezza! Il fatto è brutale e crudele. (Interruzione del deputato Caradonna). È semplicemente questo: l'attività che la donna spendeva in passato nel chiuso regno della vita famigliare o della vita monastica, oggi per la crisi profonda di tutta la vita, la crisi determinata dalla tecnica e dall'economia, crisi non solo morbosa, ma anche crisi di sviluppo, e crisi feconda, oggi quella vita la donna è chiamata a spendere anche altrove. Nel campo arduo del lavoro fisico e intellettuale, nella lotta del pane. Ecco il problema: quello spirito, quella mentalità, quella determinante ideale che è pregio della donna, deve essere non solo custodita e difesa, ma asserita ed espressa nelle nuove condizioni della convivenza. Perchè questo «-carattere-» della donna non è solo fascino del sesso, ma è anche elemento integrativo di una umanità più alta e compiuta; che non è e che non deve essere più nè maschile nè femminile solamente, ma semplicemente e cristianamente umana. Ecco la valutazione che noi dobbiamo cercare di potere esprimere dal fatto; valutazione positiva; se questi valori della femminilità che per esigenze ineluttabili dell'incivilimento contemporaneo devono essere spesi fuori dei quadri della vita tradizionale, se è possibile che essi vengano recati anche a mezzo della partecipazione alla vita pubblica a benefizio della famiglia e della nazione. E che questa sia una necessità di fatto (facciamo un pò l'esame di coscienza) la prova è questa: che anche gli avversari, dell'attuale progetto di legge, che cosa dicono in fondo? Lo sappiamo, un giorno o l'altro ci si arriva al voto alle donne, ma dobbiamo essere proprio noi a sanzionare questo istituto? Badate, colleghi, qui è il punto dialetticamente più delicato. (Commenti). Una voce al centro. È quello che non esiste. MARTIRE. Non sarebbe onesto nè leale da parte nostra se non guardassimo a tu per tu nel nostro spirito, a questo stato d'animo. Le premesse teoriche degli oppositori, le condivido pienamente. (Commenti). Le condivido pienamente appunto perchè riconosco anch'io tutto il valore immenso costituito dai caratteri spirituali della femminilità; ma so che la forma e il modo onde questi valori devono essere recati nella vita sociale, questa forma e questo modo variano, sono variati. Ecco tutto. E dobbiamo trovare noi pure nella nostra visione critica della democrazia le ragioni positive per inquadrare il fatto nuovo in una concezione nuova della realtà nazionale e politica. Questo è il «-regime-» nuovo. E allora, noi ci domandiamo se veramente questi valori umani la donna nella vita pubblica già non li rechi. Il fatto ha preso anche qui un pò la mano alla teoria e al principio. Nè bisogna concepire la partecipazione alla vita pubblica a reparti, separati! La donna già, effettivamente, in talune forme di attività giuridica, sopra tutto nel campo del commercio, della beneficenza, dell'insegnamento e della cultura, e anche in talune forme delicatissime di tutela del costume, già reca l'attività che è tutta propria del suo genio e della sua natura. E allora noi ci domandiamo se questa partecipazione espressa definitivamente nel diritto di suffragio, non possa rappresentare un'utile contribuzione di valori. Ma non dobbiamo esagerare nemmeno qui. Una delle ragioni per cui il problema non è vivacemente e profondamente sentito è anche questa. Già un grandissimo avversario del voto femminile, il Gladstone, l'aveva preveduta, a proposito dell'esperimento inglese. Badate, egli aveva detto, i mutamenti che potranno essere determinati dall'ingresso della donna nella vita pubblica amministrativa e politica non potranno essere radicali e profondi. Io dirò: tanto meglio. Evidentemente il problema è agevolato nella sua soluzione. Ciò dimostra anche, che la partecipazione della donna è già in atto nella vita nostra contemporanea, è già una realtà che ha attuato tutte le premesse necessarie, onde il riconoscimento della partecipazione effettiva, sopratutto in via di esperimento, e nel campo amministrativo, che può direttamente si riconnette con la vita famigliare e cittadina, appare come la espressione conclusiva di uno stato di fatto. Io credo nella possibilità che la donna affermi questi suoi valori di vita. Diceva acutamente De Maistre, che la donna può essere superiore all'uomo purché resti donna; perchè se imita l'uomo, diventa una scimmia.. Ed è precisamente in questa valutazione specifica della femminilità, che noi possiamo ritrovare la ragione politica e morale, di una partecipazione confessata e confessabile della donna alla vita amministrativa e politica. Leggevo pochi giorni fa in un giornale italiano una corrispondenza da Berlino assai interessante. Direi che mi tocca personalmente. È noto che nell'attuale legislazione repubblicana tedesca la donna è ammessa anche a partecipare alla giuria. Eh! ci sarebbe tanto, da discutere pure sulla giuria... degli uomini! Ma fermiamoci al fatto. È avvenuto che in un tribunale di Berlino è stato condotto nel gabbione degli imputati un commerciante di pornografìa. Ecco il punto di contatto con un mio ben noto progetto di legge. Ed anche è avvenuto che l'avvocato difensore del pornografo ha sollevato eccezione circa la presenza della donna nella giurìa. E perchè  Subito si pensa, noi ro-manisti, alla decentia sexus. No, l'avvocato del pornografo era ed è molto più pratico. Egli ha steso una magnifica nota con tanto di motivazione nella quale dice che la donna nei processi riguardanti i problemi morali deve essere di principio esclusa, perchè la sua educazione e la sua concezione della vita (qui c'è l'eco della formula schopenauriana), la inducono ad un giudizio parziale a sfavore dell'accusato. E l'avvocato quindi ha concluso che nei processi di questo genere la presenza di una donna fra i giudici costituisce un elemento molto preoccupante per l'imputato pornografo! Ebbene, guardate un po', io sono proprio dell'opinione (quanto alle premesse!!), dell'avvocato di Berlino! È proprio vero che nella valutazione di taluni problemi,- che sono poi i più delicati ed i più squisiti della vita di un jjopolo (basterebbe accennare all'insegnamento, alla beneficenza, alla pubblica moralità e alle provvidenze legislative e pratiche che si riconnettono a questi problemi), è proprio vero che la donna porta un suo particolare giudizio aderente all'anima sua e a quella che è la sua missione, - diciamo pure la grande e nobile parola -, la missione dell'essere diletto che nella vita, di fronte alle intemperanze del nostro genio, del genio del nostro sesso, di fronte alle esuberanze della mentalità maschile, deve rappresentare l'onnipotenza consapevole della bontà e della grazia. A queste cose io credo, e vedo che ci crede anche, a modo suo, l'avvocato del pornografo. È segno dunque che ho ragione di credere. E poiché credo a queste cose, devo anche negare qual raffronto che si fa spesso tra il voto e il divorzio. Si dice: una volta ammesso il voto alle donne, dove si va a finire? Voi che siete contrario al divorzio, non capite che il voto alle donne è il fratello più o meno spurio del divorzio? Voi che volete infrenare le crisi più acute dell'incivilimento contemporaneo, le malattie sociali, che involgono la cellula prima, la famiglia, e donde scaturiscono, la delinquenza minorile l'intossicazione alcoolica, la dissoluzione famigliare, non vedete che esse ritrovano la loro espressione politica tremenda, il loro marchio, il rimedio che aumenta il male nell'istituto del divorzio? Ma basterebbe ricordare la filiazione specifica, essenzialmente rivoluzionaria, individualista, razionalista del divorzio attuato ente di divorzio, il divorzio del 1789, che è l'affermazione precisa del diritto prepotente e preponderante del maschio, l'affermazione precisa e recisa della lotta del sesso nella quale lotta la donna, fisicamente più debole, è destinata a soccombere con le creature sue. Ma nei grandi fenomeni sociali è necessario distinguere ciò che è sviluppo necessario e fecondo da ciò che è deviazione e degenerazione. Questa crisi profonda famigliare si esprime oggi nel divorzio, dico di più, si esprime anche nel femminismo, e peggio ancora nel tipo clinico della «suffragista-», questo essere che è deformazione caricaturale della donna, che più si avvicina all'antropopiteco che non all'ideale nostro latino e dantesco, a «-Beatrice dolce guida e cara-», ispiratrice di nobili cose. Il suffragismo è la caricatura del grande imponente fatto storico, della partecipazione della donna alla vita del lavoro e della città. Il buon professor Sergi, vivo e verde, scriveva una pagina efficace ai tempi della mia Università e faceva lezioni bellissime finanche sulla bruttezza delle suffragette, che definiva il terzo sesso, espressione degenerativa della zitella d'una volta, dovuta al venire meno delle vocazioni tradizionali del chiostro e della patriarcale. Quindi, colleghi egregi, io credo di potere affermare che una valutazione positiva dal punto di vista nazionale e dal punto di vista spirituale è possibile ritrovare in questo importante fatto storico della partecipazione della donna alla vita pubblica. E credo nella santa regalità del focolare, di cui ha parlato così bene l'amico Manaresi. Ma come non essere d'accordo, con tutto il cuore, con lui, quando ci richiama alla bellezza pura e fiammante degli affetti domestici e quando evoca dinanzi a noi le immagini pie e buone delle nostre madri, delle spose nostre, e delle nostre sorelle? Questo medesimo spirito che la donna nell'antico regime era chiamata ad attuare e ad affermare fra le pareti chiuse della vita domestica; questo medesimo spirito oggi la donna è chiamata ad affermare nell'officina, nella scuola, nella amministrazione! Basterebbe, se lo permettono i colleghi, un accenno solo che riguarda poi un problema che mi sta molto a cuore: il problema della scuola. Si può negare alla donna, alla madre, il diritto di educare? Eppure, oggi l'organizzazione della scuola è in gran parte cosa dello Stato; ed eccovi un punto di interferenza, eccovi lo Stato, che si assume, e qualche volta si arroga, il diritto materno di educare i figli altrui; come vorrete impedire alla madre di portare la sua voce là ove lo Stato legifera sulla scuola! Ho accennato ad un punto solo, ma ne potrei tanti e tanti altri numerare. Questo punto dimostra che nella crisi che caratterizza l'incivilimento nostro, nel venire meno delle unità tradizionali, e anche dell'azione giuridica della Chiesa, è la donna che è chiamata ad assumere la tutela della famiglia, anche là dove tutti i problemi della vita e della vita collettiva, si agitano per ricercare le soluzioni giuridiche e morali. Una obiezione, onorevoli colleghi, che ha riferimento alla unità famigliare: la donna che vota in un modo, e il marito che vota in un altro! Ebbene, accettando il suffragio universale come fatto positivo, che non si discute, che è quello che è, il suffragio femminile rappresenta il migliore correttivo possibile del suffragio universale; i mali del quale sono accresciuti dal fatto che oltre ad essere suffragio universale, è anche esclusivamente mascolino, cioè non universale! E, per quanto riguarda l'unità della famiglia, che è sottoposta oggi a ben altre e più dure prove, trovo che solo l'amore e il sacrifizio possono non spezzare l'unità della famiglia. Quando la donna reca anch'essa la parola sua di madre e di sposa nella contemplazione e nella valutazione dei problemi politici, la partecipazione della donna alla vita amministrativa, rientra nella zona dell'attività educativa ed educatrice. E anche il contrasto può essere utile, se pure non è desiderabile, tra il voto della donna e quello dell'uomo: una specie di integrazione tra la destra e la sinistra! Ma più alto è il significato del diritto di voto della sposa e della madre. - Infatti, anche la madre potrà essere l'educatrice del cittadino oltre che l'educatrice del bambino e potrà portare in questa affermazione di sovranità spirituale l'espressione più alta della sua vita e del suo cuore. Noi abbiamo fiducia nella politica delle madri, perchè sappiamo che, a parità di condizioni, la politica di una madre è sempre più sentitamente nazionale, tradizionale e religiosa. Vi sono, è vero, dei fenomeni contingenti, amico Manaresi, ma essi appartengono alla storia più o meno lombrosiana delle follie criminose, follaiole... Voce. Storia recente MARTIRE. Ma appunto perchè recente, abbiamo il diritto ed il dovere, e la forza di superarla questa storia, e di non rendere ingiuria alla donna sol perchè la corruzione e la follia di talune trascinò sulla piazza in ludibrio le nostre cose più care e più pure! Dicevano gli antichi scolastici: corruptio optimi pessima. Lo sappiamo da un pezzo che quando la donna si corrompe è peggiore dell'uomo per il chiaro apoftegma scolastico che l'amico Manaresi conosce quanto me; ma appunto per questo dobbiamo tentare di far rientrare nella attività educatrice della donna e della madre anche l'educazione civica e l'educazione politica. Colleghi, io concludo, se mi permetterete ancora, con una osservazione morale. L'esame di coscienza. Parlando di problemi relativi al voto femminile ed in generale della donna, noi partiamo spesso da due concezioni un pò pessimistiche e un pò letterarie della politica e della donna. Molti di noi pensano, che la politica, supponga l'esercizio della più alta intellettualità! Come è possibile che la donna possa far della politica quando per far della politica, sappiamo noi, modestia a parte!, quello che ci vuole! Ebbene, io non credo cosi. Ho premesso: modestia a parte, e rendo omaggio al genio politico che è espressione caratteristica ed irreducibile ad altre forme del genio; non credo che nella attività politica debba avere solo il suo dominio assoluto ed incontrastabile la intellettualità ad alta tensione. Anzi affermo che nella attività politica sono pur necessarie le doti di buon senso, di buon cuore, di onestà, di sensibilità, di rettitudine, che sono quelle tali doti che l'avvocato berlinese del pornografo tedesco vedeva di malocchio perchè ledevano gli interessi della sua non colendissima clientela, ed affermo ancora che dal punto di vista psicologico, la donna merita prima dell'uomo la definizione aristotelica (e l'amico Bodrero qui mi potrà dare dei punti) dell'uomo, soggetto politico, animale, anzi! Perchè la donna prima che l'uomo esercita nel piccolo stato iniziale cellulare della famiglia la sovranità e la funzione dell'umano governo. E vorrei augurare a tutti i legislatori, sopratutto intorno ai problemi che preoccupano sua eccellenza De Stefani, il buon senso squisito che la madre e la sposa portano nell'amministrazione della casa, esempio vivo di quelle virtù politiche per eccellenza. Voce, Non tutte!
MARTIRE. Siamo d'accordo: ogni regola ha le sue eccezioni, dice il vecchio scolastico. Non sempre è così. Ma per la maggior parte delle case nostre è fortunatamente così! Vengo alla seconda e più insidiosa obbiezione: si dice e si ripete che la politica è fatta in fondo di intrighi e di immoralità, e che il portare la donna nelle cose politiche, portarvi la donna onesta significa portarla in un terreno insidioso. Voi sapete che financo il lessico ci soccorre: il femminile di uomo pubblico non è certo una aggettivazione molto lusinghiera! (Ilarità). Ebbene, anche qui l'esperienza ci fa essere cauti. Noi neghiamo che l'attività politica debba essere tutta intrigo e tutta immoralità. Abbiamo anche questo coraggio, che a suo modo è anche machiavellico, di dire che questa è una vecchia e convenzionale menzogna. Non è vero che la politica è per definizione tutta intrigo e tutta immoralità. Non è vero! Nel Parlamento ungherese - possiamo anche sorriderne! - c'è una suora, nientemeno, deputato. È un fatto nuovo e molto interessante, perchè pare che questa suora dia pure lezioni di catechismo cattolico ad alcuni deputati, che possono averne bisogno almeno per discutere i problemi di legislazione ecclesiastica! Nego, poi, risolutamente che tutte le donne che, comunque, partecipano alla vita pubblica e amministrativa, debbano comunque non essere degne del nostro rispetto. Affermo, se mai, che l'influenza della donna disonesta nella vita politica c'è, ma è al di fuori - grazie a Dio - dei confini del confessato e del confessabile e affermo, anzi, che per diminuire questa influenza inconfessata e inconfessabile c'è un rimedio forse: quello di dare alla donna una attività e una efficacia politica confessata e confessabile. (Approvazioni). Così, per con eludere, mi pare di poter ritrovare le ragioni morali e spirituali della partecipazione della donna alla vita pubblica. Tutti noi siamo di accordo nel riconoscere la missione domestica della donna, ma vogliamo precisamente che questi valori tipici e caratteristici della femminilità abbiano una più larga affermazione, oggi che la donna può asserirli ovunque, nell'officina, nella scuola, fin nelle missioni. Mi sia permesso ricordare qui, solo per ciò che riguarda le missioni cattoliche, che il numero delle suore missionarie supera del doppio quello dei missionari; e questo dimostra che il più imponente esercito votato alla dedizione più silenziosa e più generosa trae sovratutto dalla generosità e dalla dedizione del cuore femminile la sua energia più alta, più poderosa e più bella. È quindi, la facile speranza di aspettare dall'ammissione della donna al voto amministrativo dei mutamenti radicali d'ordine politico. Aspettiamo solamente una integrazione necessaria, sovratutto affinchè taluni problemi, che sono fondamento della vita e dell'incivilimento e della politica di oggi, vengano prospettati e vengano valutati in funzione di valori morali, che la donna può e deve realizzare in modo eminente. E questo ci auguriamo, ricordando quello che la donna italiana ha fatto durante la guerra. Non per parlare di premio (non si riconosce un diritto, dando un premio e non si dà un premio per riconoscere un diritto); ci vogliamo augurare che come la donna italiana madre, infermiera, sposa, suora di carità, ha saputo nella guerra e nella vigilia aspra della vittoria portare questo contributo del suo sentimento, della sua preghiera, della sua attività per l'adempimento dei fatali destini della patria, così vogliamo, che nei cimenti, non meno aspri e non meno luminosi della pace, la donna possa recare il suo dono. E Dio volesse che la donna italiana partecipando alla vita pubblica, vi portasse la desiderata pace, la desiderata concordia di tutte le genti di questa famiglia più grande che si chiama Italia. E come la famiglia domestica trae la sua vitalità e il suo splendore dall'opera di collaborazione fra i sessi, così è augurabile che anche nella vita pubblica questa collaborazione sia principio di una umanità più bella e più generosa, di una italianità più ricca e più forte. (Applausi — Congratulazioni).


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Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.  Empty Re: Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.

Messaggio  Admin Gio 11 Mar 2021, 19:19

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Grieco, il quale ha presentato il seguente ordine del giorno : « La Camera afferma la eguaglianza dei sessi di fronte al suffragio amministrativo e politico basato sul principio del diritto di voto a tutti i produttori che non sfruttano lavori altrui ».
GRIECO. Noi dobbiamo osservare che la letteratura sull'elettorato femminile in Italia, e specialmente la più recente letteratura, dimostra non soltanto che la nostra borghesia paventa l'entrata della donna nella vita e nella lotta politica, ma che essa ha tutta una concezione animalesca della funzione della donna nella società (Rumori) anche quando ama colorire questa sua letteratura con espressioni di romanticismo, perchè, come si sa, il romanticismo è, assai spesso, la manifestazione di stati fisiologici. Seguendo questa letteratura, seguendo i discorsi fatti qui da alcuni tra i tanti oratori, non si sa dove cominci la serietà politica e dove finisca la pornografìa. (Rumori). Qui non mi riferisco soltanto a coloro che sono contrari al progetto di legge e nemici dell'elettorato e della eligibilità della donna, ma anche ai pseudo amici o quasi amici. Si parla con sottintesi, con allusioni, con molta superficialità. Ieri ad esempio un oratore assumeva di essere un competente nella questione, per il solo fatto che egli è un clinico. La relazione stillata dall'onorevole Lupi è un documento particolarmente raccapricciante di grettezza piccolo borghese (Rumori) perchè considera la donna come un animale domestico. Ma anche i relatori e gli oratori favorevoli all'elettorato assumono che la donna abbia diritto al voto appunto perchè femmina. Lo diceva ieri l'onorevole Gasparotto. Essi quindi si attengono a queste considerazioni di carattere fisiologico. Basta questa letteratura parlamentare ed extraparlamentare, e basta anche l'affermazione fatta dal Governo di tener sopratutto conto dei valori ideali e morali nell'assegnazione del voto alle donne per comprendere che il proletariato femminile italiano si trova di fronte a una delle solite trappole democratiche, ad un espediente di conservazione politica di classe. Ora è evidente che i nemici e i fautori dell'elettorato femminile, della partecipazione anche limitata, come quella che questo disegno di legge consente alle donne, determinano il proprio orientamento partendo dalla conoscenza degli interessi e delle aspirazioni delle donne della classe che essi rappresentano. Essi parlano della donna in genere, dicono di interpretare le aspirazioni di tutte le donne, poiché la mentalità democratica, di cui non ci si può spogliare quando lo si voglia, derivando essa da un determinato sviluppo dell'economia capitalista, deve sapere generalizzare tutti i problemi nella loro enunciazione per risolverli meglio nell'interesse di una sola classe. In realtà qui si è parlato in nome e per conto di taluni aggruppamenti di signore. Infatti tanto i nemici quanto i fautori del disegno di legge rispecchiano la mentalità, la cultura e gli interessi delle signore. Le vecchie signore hanno la custodia del sistema morale borghese, che produce spesso anche la più ignobile immoralità, sono contro lo stesso tentativo (l'onorevole Federzoni direbbe l'esperimento) di un suffragio elettorale limitato e antiproletario, perchè queste signore pensano che attraverso la piccola breccia potrebbe passare un giorno l'esercito delle operaie e delle contadine a conquistarsi il completo diritto al voto amministrativo e politico. Ma anche i fautori e le fautrici di questo progetto di legge hanno la preoccupazione di rafforzare il regime. Il problema sta nel trovare la forma più adatta per rafforzare il regime. Lo stesso oratore che mi ha preceduto diceva che il progetto di legge in discussione deve essere un correttivo all'attuale suffragio maschile. In fondo il disegno di legge rimane un progetto democratico, di conservazione. La letteratura suffragistica è giunta a stabilire un dualismo fra gli uomini e le donne, quasi a porre i termini di una lotta fra i sessi. La formulazione del femminismo non è una forma degenerativa, come diceva taluno poco fa, il quale, come tutti gl'intellettuali della borghesia, cerca di trovare spiegazioni etiche a fenomeni che hanno origini ben profonde e complesse. La formulazione del femminismo è un segno - invece - dello sviluppo economico del capitalismo, ma è anche il segno della crisi del capitalismo i cui elementi sono contenuti in quello sviluppo. Il femminismo è un movimento che vuole sfruttare l'appoggio dei più larghi strati femminili attraverso una elencazione superficiale, banale dei diritti femminili per rafforzare il dominio di classe della borghesia. Il femminismo ha cercato, così, di dividere la società in uomini e donne, ma ha cercato anche di spezzare in questo modo l'unità della classe lavoratrice. Leggevo giorni or sono, in un giornale di Torino, il resoconto di una riunione di signore suffragiste. Questo resoconto, che mi dispiace di non poter qui leggere, è una dimostrazione della tendenza a trasformare una questione così importante come quella della partecipazione della donna alla vita politica, in pettegolezzi da salotto, con sfumature qua e là non indifferentemente pornografiche... CIARLANTINI. Allora siamo in Russia! GRIECO. Quando lei andrà in Russia vedrà con quale rispetto è tenuta la donna! {Interruzioni). Ma è questo l'elemento di valutazione per il diritto di voto alla donna? Noi diciamo che l'elemento di valutazione per il riconoscimento di questo diritto alla donna non può essere che il lavoro. Più della metà della popolazione lavoratrice italiana appartiene al sesso femminile. Lo sviluppo economico del capitalismo, mentre ha aumentato il numero degli operai, ha nello stesso tempo aumentato quello delle operaie, che paga con salari inferiori (Interruzioni). Nelle campagne la donna lavora anche al fianco dell'uomo: migliaia di donne offrono il lavoro salariato nelle campagne. Questo intervento della donna come elemento della produzione nella società capitalistica, è esso, da solo, che dà il diritto alla donna d'intervenire alla vita politica dove si difendono gli interessi delle classi. La donna, è vero, ha interessi propri di donna che lavora da difendere, ma questi interessi appartengono alla somma degli interessi della classe lavoratrice, e non possono andare disgiunti dagli interessi complessi della classe lavoratrice. I lavoratori dei due sessi sono a fianco a fianco nel lavoro e nella lotta, ed impegnano le stesse armi contro lo stesso nemico. È la donna che lavora che ha diritto al voto; è il lavoro che determina questo diritto. È il cicisbeismo del periodo di crisi sociale del capitalismo che grida il diritto delle signore alla partecipazione alla vita politica, naturalmente in nome dei così detti valori ideali e morali. Ma sono questi valori che determinano gli sviluppi economici e le conquiste sociali e politiche? Questa formula di senso ne ha invece uno essenziale: essa è un mezzo per coprire la difesa politica della classe dominante. Chi selezionerà questi valori morali e ideali? Non sarà la classe dominante, la coltura dominante, l'apparato statale dominante? Ogni società ha una coltura, la quale è la superstruttura economica della classe al potere. Il vaglio di questi valori - cioè dei valori della società capitalistica - sarà compiuto dai rappresentanti degli interessi e della coltura borghesi. Che cosa sono davanti al lavoro i valori morali. Sono la traduzione stupida e colorita di questo concetto: che la grande massa delle operaie e delle contadine non ha diritto al voto. Altro che valori morali ed ideali! Noi sentiamo parlare ogni giorno dei combattenti, sentiamo levare inni ai combattenti. In fondo i combattenti sono un motivo di speculazione politica di tutti i partiti borghesi; offrono una larga messe alla retorica del nazionalismo. Ieri l'onorevole Gasparotto parlava dello sforzo fatto dalle donne italiane durante la guerra; diceva che 150 mila donne hanno durante la guerra lavorato nelle officine. Ma il progetto di legge non dice che le madri, le spose, le sorelle, le figlie dei combattenti abbiano diritto al voto, che queste 150 mila donne operaie hanno diritto al voto. Non dice, e ciò significa che al vaglio dei valori morali ideali non passano quelli che sono il motivo stucchevole agli stornelli patriottici in prosa e in rima. Gli è che le donne dei combattenti, la grande massa delle donne che hanno sofferto é lavorato durante la guerra sono operaie e contadine... una voce. Contadine sì, operaie no.
GRIECO. Ora noi parliamo precisamente in nome degli interessi delle operaie e delle contadine e anche nell'interesse di quell'enorme numero di donne che compiono il lavoro faticoso della casa che è il meno produttivo, il più barbaro e il più penoso. ( Vive proteste — Rumori). Si, è il più barbaro! (Rumori vivissimi). A questa massa non solo non deve essere limitato il voto amministrativo, ma deve essere anche dato il voto politico. Gli uomini della politica borghese, gli uomini della cultura borghese, per giustificare la loro riluttanza a favorire l'entrata diretta delle donne lavoratrici nelle lotte politiche ripetono che le donne lavoratrici non sono mature per la conquista del voto. Ma che cosa significa, per costoro, essere mature per il diritto al voto politico? Significa temere l'intervento delle donne operaie e contadine accanto ai loro compagni, significa temere l'aumento della pressione dei nemici del regime borghese sulla soglia degli istituti rappresentativi. Ora noi comunisti dobbiamo agitare il diritto di tutte le operaie e contadine, di tutte le massaie, alla partecipazione diretta al voto politico. La borghesia, diceva Lenin... una voce. Egli fu... GRIECO. Egli non fu, egli è tuttora, egli vive nel cuore di ogni operaio e di ogni contadino del mondo. (Commenti — Rumori). La borghesia, diceva Lenin, richiede una preparazione speciale per le donne che devono occuparsi di politica. In regime borghese la politica diventa una cosa diffìcile per la donna Ma che cosa sarà mai questa vita politica? È una scienza misteriosa a cui le lavoratrici non dovranno mai giungere? Noi dobbiamo rendere la politica accessibile alla donna lavoratrice. Quando la donna lavoratrice difende gli interessi della sua classe essa comprende assai bene la sua politica. State pur certi: 500 donne lavoratrici saprebbero tutelare e difendere gli interessi della loro classe per lo meno come sapete difendere e tutelare voi quelli della vostra. Naturalmente le conquiste politiche e sociali della donna lavoratrice, in regime di democrazia borghese, non risolvono il problema sociale della donna operaia e contadina. La soluzione di questo problema resta il principale compito della rivoluzione operaia. La indipendenza economica della donna non può essere raggiunta in una società capitalistica. Solo un governo operaio può stabilire la effettiva eguaglianza dei due sessi di fronte alla legge. Dove permanga il regime della proprietà privata la donna sarà sempre schiava. Lottare per i diritti della donna in regime borghese vuol dire mettere in moto le masse femminili, ma non vuol dire risolvere i problemi della donna operaia. La democrazia borghese, anche là dove ha concesso il suffragio alla donna, non ha, e del resto non lo poteva, affrontato e risolto il problema sociale della donna. Noi poniamo la soluzione di questo problema sullo stesso piano della rivoluzione operaia. Noi portiamo qui l'espressione degli interessi e dei bisogni della donna lavoratrice, la necessità che la donna lavoratrice partecipi, a fianco dei suoi compagni, alla vita amministrativa e politica; ma nello stesso tempo abbiamo il dovere di ricordare che le condizioni sociali ed economiche della donna lavoratrice sono effettivamente animalesche. Noi diciamo che la donna lavoratrice deve avere il salario eguale a quello dell'uomo. A lavoro eguale salario eguale. Noi diciamo che non è consentito parlare della difesa degli interessi della donna senza ricordare le condizioni in cui si trova la donna lavoratrice. Noi agitiamo la necessità di tutelare il lavoro delle donne, di imporre il divieto del lavoro delle donne nelle industrie malsane o malsicure, di lottare per la partecipazione delle operaie ai comitati di officina e dei sindacati, di dare il congedo di otto settimane alle operaie incinte, di organizzare nelle officine le case per i bambini controllate dagli dei bambini, di combattere la riduzione delle scuole, di difendere e sostenere la organizzazione alle scuole dal punto di vista economico, igienico, pedagogico, rispondente agli interessi della classe operaia, di lottare per la piena eguaglianza dei diritti politici e civili della donna, e per la emancipazione della donna dalla schiavitù della casa e la trasformazione del lavoro domestico in lavoro collettivo. Noi sappiamo che queste rivendicazioni non possono essere ottenute in regime borghese, ma noi poniamo queste rivendicazioni alla base della nostra agitazione. Solamente nella Russia dei Consigli è stato risolto il problema della donna. Voi potete ridere quanto volete, ma il fatto è troppo luminoso. Soltanto nella Russia dei Consigli la donna ha cominciato a intraprendere la via della sua redenzione. Nella tabella annessa alla relazione di minoranza è detto che in Russia è concesso solo il voto amministrativo alle donne, ma non quello politico. In effetti non esiste in Russia una divisione tra organizzazione amministrativa e quella politica: il soviet è nello stesso tempo organo amministrativo e politico. Una voce. Non ce ne importa niente! GRIECO. Importa agli operai e ai contadini di sapere questo, non a lei. La vostra coltura, la vostra filosofìa amano considerare la donna come un bello e cretino animale. ( Vivaci interruzioni — Proteste). Per voi la donna vale meno dell'uomo. La differenza di valore è data dalla, dote (Proteste — Rumori), Per noi, per gli operai, per i lavoratori la donna è la compagna di lavoro, che lavora e soffre lo stesso tormento di tutta la classe lavoratrice. (Interruzioni). Noi siamo contrari al vostro progetto perchè assicura il voto alle signore e lo nega alle donne lavoratrici siamo contrari al vostro progetto che nega la capacità politica alle donne lavoratrici. Ma sappiamo che ad onta di questa già lunga e tormentosa schiavitù, un giorno la donna sarà finalmente e veramente liberata: in quel giorno lo Stato sarà conquistato dalla classe operaia, e la donna non sarà più un semplice animale. (Proteste — E, rumori prolungati. Nel giorno in cui lo Stato sarà conquistato dagli operai, noi avremo, solo allora, data una compagna agli uomini del lavoro. (Vivi rumori).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Acerbo.
ACERBO, relatore della minoranza. Onorevoli colleghi, io sarò molto breve, perchè le ragioni che militano a favore del disegno di legge in discussione sono state ampiamente svolte dai diversi oratori che mi hanno preceduto. Mi limiterò soltanto ad illuminare alcuni punti della relazione favorevole di minoranza, che io ho avuto il favore di redigere. Primo punto: effettivamente l'avversione a questo disegno di legge, per la moltissima parte o per lo meno per una buona parte dei nostri colleghi, deriva da un equivoco, direi quasi mentale, in quanto chè il provvedimento di oggi, che si può dire consiste unicamente in una perfezione, in una quasi naturale evoluzione di tutto lo sviluppo giuridico del diritto famigliare del dopoguerra, si confonde, quasi s'inquadra con quello che rappresenta il problema generale elettoralistico. Oggi la Camera, onorevoli colleghi, non deve nemmeno indirettamente dichiarare se il suffragio universale sia stato un bene o un male per le istituzioni del nostro Paese. Non siamo infatti chiamati a dichiarare se il suffragio universale debba essere ridotto in maggiore o in minore misura. Il problema odierno che è posto davanti alle responsabilità del Parlamento italiano è questo: dato che le istituzioni pubbliche del nostro Paese si basano oggi sul suffragio universale, è giusto, è equo, è morale che continui ancora il grande abisso che di fronte alle responsabilità e ai diritti concreti, delimitano i due sessi. Soltanto su questo punto il problema deve essere valutato. Il problema più ampio, più generale di tutto il sistema del congegno elettorale sfugge alla discussione odierna. Da parte di autorevoli colleghi si è accennato, specialmente nella discussione degli uffici, che il provvedimento odierno non è un provvedimento fascista, cioè un provvedimento che si inquadri con le teorie, con gli alti ideali e con la prassi politica del nostro partito. Mi limiterò brevemente a spiegare questo punto. Non è fascista, si dice anzitutto, perchè da qualcuno è condiviso il timore che questa estensione del suffragio possa in definitiva sboccare in un apporto maggiore o minore di voti verso questo o quel partito. Ma al di sopra di considerazioni che sono assolutamente esagerate, di carattere assolutamente incerto e contingenziale, rimane la considerazione dell'esperienza dataci da alcuni grandi paesi europei, proprio in questi giorni, dove le donne, nella grandissima maggioranza, si sono schierate compatte con quei partiti che basano la loro azione sulla difesa delle idealità nazionali e che poggiano la loro azione sulla valorizzazione delle forze conservatrici sociali. Ma poi, onorevoli colleghi, il nostro partito ha radici molto profonde nell'amore nella patria, per poter avere dubbi e preoccupazioni che possano scaturire da un puro calcolo aritmetico elettorale. Invece il problema odierno, sia nella sua parte formale, sia per il suo contenuto, è tale che si inquadra con tutta la teoria del fascismo; si inquadra con la teoria del fascismo, formalmente, in quantochè esso è uno di quei tanti problemi che da un cinquantennio venivano dibattuti nella pubblica opinione e nel Parlamento e che non erano mai stati risoluti per incertezza dei partiti e per debolezza dei governi e che alfine il nostro Governo affronta per avviarlo alla definitiva sua risoluzione. È fascista per il suo contenuto essenziale, in quanto il provvedimento odierno non deve esser considerato soltanto nell'aspetto elettorale, ma deve essere invece valutato come una continuazione di quell'azione del Governo fascista che intende mano a mano di fare accedere verso la responsabilità nazionale elementi sempre nuovi, attività vivaci attraverso, oggi, relativamente alla donna, il meccanismo elettorale che ci offre la costituzione del nostro paese, domani dando precise e più concrete attribuzioni ai Sindacati, e così via via per assolvere a quel grandioso programma che consiste nel dare una organizzazione sempre più omogenea, sempre più vasta, sempre più potente, alla nostra Patria. Una delle ragioni fondamentali che si è addotta a favore del disegno di legge è stato il richiamo a ciò che è già stabilito negli altri paesi. A questo punto gli oppositori al disegno di legge hanno elevato dei dubbi e non hanno voluto considerare nel loro giusto valore questi dati precisi ed inconfutabili. Certamente se si trattasse solamente ed unicamente dello Stato del Colorado, cui ieri ha accennato l'onorevole Vicini, probabilmente la questione potrebbe essere con facilità superata; ma non si tratta solo dello Stato del Colorado, che ha fatto argomento di una magnifica monografìa del nostro illustre Presidente della Camera e che ha formato esame di così vaste discussioni! Qui, onorevoli colleghi, si tratta di quasi tutti i paesi civili del mondo i quali hanno introdotto nel loro sistema legislativo il diritto elettorale femminile, sia parziale che totale. Ed in Europa quasi tutti gli Stati (pure la Camera francese, ultimamente, ha anche OSSO; votato l'elettorato e l'eleggibilità generale amministrativa delle donne, e l'ha ormai introdotto nel suo sistema questo diritto) tutti gli Stati di Europa, gli Stati latini, gli Stati slavi, gli Stati tedeschi, gli Stati finnici, gli Stati cattolici, gli Stati protestanti e gli Stati ortodossi. Dinanzi alla imponenza di questa manifestazione universale non si può, onorevole collega Lupi, sorvolare con semplicista superficialità e disinvoltura ! (Commenti). Ma l'onorevole Lupi nella sua relazione di maggioranza ha dichiarato che una gente come la nostra, non ha niente da imparare e non ha nulla da imitare da chicchessia; e tutto ciò che può essere espressione di vera e sostanziale maturità politica, scaturisce da lei per la forza incoercibile di una maturità civile raffinatasi in un travaglio venti volte secolare. Io mi permetto di far notare all'onorevole Lupi che senza dubbio è titolo di altissimo orgoglio per l'Italia esser stata nelle vicende secolari della sua storia maestra di diritto al mondo. Ma la creazione del diritto d'Italia sia quello romano, sia quello medioevale, sia del diritto moderno, non fu il prodotto di una autoctona creazione del nostro popolo; esso risulta da un processo di creazione e di assorbimento, di diffusione e di assimilazione, e di questo grandioso processo si maturò il pensiero giuridico del popolo italiano, che è il più grande retaggio che abbia dato all'umanità. Il diritto romano, il grande diritto romano fu formulato dal popolo romano assimilando tutto ciò che nei millenni era stata creazione dell'antico oriente, da quando furono inviati i decemviri in Grecia alla compilazione delle dodici tavole fino alla regolamentazione di Diocleziano e fino alla formulazione del corpus juris di Giustiniano, in quanto che il diritto romano fu grande appunto perchè il popolo romano seppe sapientemente elaborare, attraverso i suoi ordinamenti, la sapienza universale di tutti i popoli. E così il diritto medioevale, onorevole Lupi, è il risultato di un compromesso giuridico fra la nuova classe dei dominatori germanici e l'antica classe dei cittadini romani e gli studi italiani, che nel tardo medioevo formularono i nuovi concetti giuridici, formularono questi concetti giuridici inserendo sull'antico tronco, sull'antico ceppo della tradizione giuridica romano-cristiana tutti i nuovi apporti, che vi avevano inserito man mano il diritto longobardo, il diritto normanno, il diritto bizantino e anche il diritto mussulmano. E anche l'evoluzione del diritto moderno italiano si deve considerare come una formazione via via più crescente di una comprensione dei disparati elementi stranieri verso la nostra tradizione classica. Il popolo italiano nelle manifestazioni del suo pensiero non ha mai costituito, nè poteva costituirlo, un sistema chiuso; anzi nell'ampio processo di elaborazione, di diffusione e di assimilazione che esso ha saputo fare di tutti i prodotti spirituali suoi e di quelli degli altri popoli, si è rivelata la sua sapienza giuridica ed è la ragione della immortalità dei prodotti del suo pensiero. Ma si è accennato ripetutamente che la donna non deve essere distratta dalle sue occupazioni famigliari. Su questo punto oramai hanno interloquito parecchi dei nostri autorevoli colleghi, dimostrando come la concezione arcaica e tradizionale della famiglia patriarcale disgraziatamente non esiste più, e io non insisterò più oltre, specialmente! nella descrizione e nella enunciazione di alcuni dati generali e specifici. Solamente io mi permetto di far notare agli onorevoli colleghi che il problema, che oggi viene sottoposto in formai concreta di provvedimento legislativo alla nostra approvazione non doveva riuscire nuovo a questa Camera. Ricordo, infatti, che questa Camera scaturì da una lotta elettorale, che fu impostata su un importantissimo documento politico: la relazione del presidente del Consiglio a Sua Maestà il Re per lo scioglimento della precedente legislatura. Orbene, in questo importante documento, oltre ai problemi generali, si accennava in maniera concreta a due problemi specifici e cioè al problema di una sempre maggiore riforma dei codici e al problema della concessione dell'elettorato femminile, di modo che l'uno e l'altro problema, che in questi giorni sono stati presentati al Parlamento, furono già annunziati a tutti i candidati, che si unirono sotto le insegne del Governo, e al corpo elettorale e non mi risulta che nè l'onorevole Lupi, nè il nostro illustre amico onorevole Caradonna, nè gli altri valorosi oppositori del progetto odierno abbiano fatto mai in quei giorni delle riserve su questo problema, che veniva chiaramente impostato davanti alla designazione del corpo elettorale. Fatte le elezioni, ottenuta la grande vittoria fascista, questo problema oramai - diciamo così - è normalmente acquisito alla coscienza pubblica e alla responsabilità degli eletti... Una voce. È una cosa secondaria!
ACERBO, relatore della minoranza. È un problema fondamentale! Due problemi concreti furono accennati nella relazione dell'onorevole Mussolini, tanto che giorni orsono, il 19 aprile, si è tenuto in America, un congresso delle rappresentanti delle organizzazioni femminili di tutti gli Stati, ove vige in una maniera generale, totale o parziale, il diritto elettorale femminile, e la delegata delle organizzazioni femminili italiane è stata ammessa al convegno, perchè si è detto che, se pure è vero che in Italia non esiste ancora in forma concreta il diritto elettorale femminile, vi è però la parola di Benito Mussolini che ha valore di legge. Per queste ragioni e per le altre che hanno esposto i precedenti oratori, rinnovo la preghiera alla Camera di volere, senza esitazione e sapendo di compiere un'opera di valorizzazione nazionale, dare l'approvazione per il passaggio agli articoli. (Vivi applausi).

PRESIDENTE. Onorevole presidente del Consiglio, vuol parlare ora?
MUSSOLINI, presidente del consiglio dei ministri. Sentiamo prima l'onorevole Lupi.

PRESIDENTE. L'onorevole Lupi non avrebbe diritto di parlare ora, se non nel caso che fosse deliberata la chiusura, o che l'onorevole Ceci gli cedesse il suo turno.
CECI. Rinunzio a parlare.

PRESIDENTE. L'onorevole Lupi ha facoltà di parlare.
LUPI, relatore della maggioranza. Io non mi dissimulo, onorevoli colleghi, la delicatezza e la singolarità della posizione nella quale mi sono venuto a trovare. Il relatore di una maggioranza è il relatore della sua opinione personale, ma è, sopratutto, il relatore delegato della opinione dei suoi colleghi, anche se, come nel caso, io debba riconoscere che la decisione della maggioranza pronunciatasi negli uffici non solo non può vincolare le decisioni della maggioranza nell'aula, ma essa può anche numericamente non corrispondere alla effettiva maggioranza parlamentare.
Tuttavia, e per quanto io abbia questa qualità delegata, per uno spiegabilissimo processo di deformazione, ecco che oggi si è come individualizzata nella mia persona la opposizione al diritto al voto delle donne, ed io sono l'antifemminista, {No! No! — Commenti) io sono il misogino e il misoneista, io sono anche, nella definizione affettuosamente ironica del mio amico Gabbi, un affetto da edema azzurro, (No! No! — Si ride) sono insomma il babau delle donne italiane, (No! No! — Commenti — Interruzioni — Si ride), così come l'onorevole Acerbo, certo non per suo merito, ma sicuramente secondo le sue aspettative, si è venuto a trovare nella fortunata condizione di apparire come l'arcangelo novello, (Si ride) come il Lohengrin, cinto di usbergo e maglia, disceso dal San Graal della Maiella per la rivendicazione del conculcato diritto elettorale delle donne. (Viva ilarità — Applausi). Se ci fosse un po' di giustizia a questo mondo bisognerebbe riconoscere che a torto mi s'è venuto a conferire questo aspetto tenebroso, così come a torto il mio amico Acerbo apparisce il fiammeggiante paladino della metà più simpatica del nostro conglomerato nazionale. ROSSONI. Ma lui ci tiene! (Si ride).
LUPI, relatore della maggioranza. Per quanto, l'amico Acerbo ha avuto qualche infortunio; perchè lungo la via ha trovato dei valorosi fiancheggiatori. Egli ha trovato dei Gabbi e dei Sandrini, (Si ride), dei Gasparotto e dei Vicini, egli ha trovato anche un santo Martire che oggi più specialmente ha creduto di dargli cristianamente la mano. E così alcune fronde sono state avulse da quella corona olimpica, che egli aveva certo sognato dovesse soltanto a lui dal sesso gentile essere decretata. ROSSONI. Veniamo al sodo!
LUPI, relatore della maggioranza. Sì, veniamo al sodo! (Ilarità). Strana, questa vicenda dell'elettorato femminile! Se ne parla, dunque, da 60 anni; se ne parla da 12 lustri, e non se ne è mai fatto di nulla. Io desidero di argomentare semplicisticamente, e dico che, se non se ne è fatto nulla dopo averne parlato per 60 anni, vuol dire che proprio non c'era e non c'è nessuna necessità di questa riforma. (Commenti). Non solo; ma se si rivanno i precedenti parlamentari, si fa questa singolarissima constatazione.... GASPAROTTO. Si è votata una legge nel 1920.
LUPI, relatore della maggioranza. È vero, ma non è mai stata votata dal Senato! Non è quindi una legge. GASPAROTTO. È qualche cosa.
LUPI, relatore della maggioranza. Allora potrei ricordare altre votazioni schiaccianti in senso contrario! (Commenti). Voi troverete, dunque, che si è sempre parlato a favore del diritto della donna al voto; ed io penso a quale improba fatica abbia dovuto sottoporsi il mio amico Acerbo per andare a rintracciare, in questi precedenti parlamentari, tutto quello che era stato ormai ripetuto per sei decenni. La verità è questa: l'accademia che si faceva qua dentro non aveva rispondenza nè risonanza nell'animo del paese. Ci è stato un momento, nel 1907, in cui è sembrato che dovesse farsi proprio sul serio, e fu quando una sentenza della Corte di appello di Ancona, relatore Mortara, affermò il diritto della donna al voto, secondo la stessa vigente legge comunale e provinciale. La Cassazione rimediò immediatamente (Commenti) -, annullò. Ebbene, allora, alla Camera italiana, si ebbe una recrudescenza di questa lotta per la conquista del voto della donna, e l'onorevole Giolitti, premuto da tutte le parti, (quell'onorevole Giolitti, che per 30 anni era stato ostinatamente contrario alla concessione del voto alle donne, e che mi dicono abbia oggi, sotto la pressione maliarda dell'onorevole Acerbo, cambiato opinione) trovò un diabolico espediente, per lavarsene le mani: nominò una Commissione; ma non una Commissione parlamentare, sibbene una Commissione ministeriale; e scelse, a comporla, dei magnifici nomi. Ma, neanche a farlo apposta, erano tutti quanti contrari all'elettorato femminile ; tanto che, dopo sei anni di ponderazione, quando la Commissione, che portava i nomi di Boselli., Finali, Brusa, Lucchini, Colaianni, Bovio, il fior fiore della deputazione di allora, rimise la sua relazione, l'onorevole Ferdinando Martini, all'onorevole Giolitti che diceva: «-Che ci posso fare, se la Commissione ha dato responso negativo-», argutamente rispondeva: «Onorevole Giolitti, faccia un'altra Commissione, ma ce la faccia nominare a noi, e vedrà che il risultato sarà del tutto differente!-». Mi premeva richiamare il precedente di questa Commissione, per una accusa che più specialmente è stata mossa alla mia così bersagliata e maciullata relazione. Si è detto soprattutto: «-ma non dice niente, sono appena due colonne di prosa striminzita!-», cui vi ho parlato, ci pensò sopra sei anni, e dopo sei anni depositò una relazione che si trova al Ministero dell'interno e che consta di ben quattro righe! Dice presso a poco così: «-la Commissione, dopo maturo esame, ritiene che non si debba, concedere il voto alle donne-». Ma perchè, noi ci siamo domandati, si è risollevata oggi questa delicatissima questione? Esiste veramente nella coscienza nazionale un movimento dello spirito, che impone la risoluzione necessaria, immediata, improrogabile, di questo problema. Si può onestamente affermare che c'è questa pressione, che viene dal di fuori, alla nostra determinazione, alla nostra coscienza? Io nego assolutamente che questo sia. In questi ultimi anni, nella dura lotta che noi abbiamo dovuto sostenere anche per la conquista del consenso del popolo italiano, noi abbiamo avvicinato tutta la Nazione, abbiamo avuto partecipi ai nostri riti, alle nostre cerimonie, sopratutto, le donne più sacre per noi, quelle alle quali domandavamo il più puro viatico per la nostra santa battaglia: abbiamo di tutto sentito parlare in questo fervore di ricostruzione della Patria, ma a me non è mai accaduto di sentire alcuna donna che abbia detto: noi abbiamo necessità del voto: il fascismo deve risolvere questa antica e per noi inderogabile questione. È da osservare anche che quelle stesse, pochissime, che nel campo trascendentale, nel campo dottrinario, hanno combattuto per la conquista del voto, lo hanno fatto con tale squisito senso di misura, senza mai trascendere sotto nessuna forma a manifestazioni appariscenti e clamorose, da dar la riprova esse stesse che la loro concezione astratta non trovava rispondenza o aderenza qualsiasi nell'opinione pubblica nazionale: mancava il punto di riferimento nella grande anima della donna italiana, che potesse confortare la campagna, idealmente e intelligentemente nel campo speculativo sostenuta. Ne volete le prove? Nelle more di questa discussione, ad onta delle subito palesi decisioni degli Uffici, della pubblicazione che subito fu fatta delle due relazioni, non mi risulta che del problema sì rumorosamente prospettato alcuna cosa si sia detta nelle molteplici riviste femminili; non ho trovato segno di alcuna attività, che, approfittando dell'occasione, cercasse di far pressione perchè questa questione, ormai portata alla ribalta della discussione parlamentare, avesse il suo principale sostegno nella parte ad essa più direttamente interessata. GABBI. E l'attività femminile di questi ultimi anni?
LUPI, relatore della maggioranza. A Roma si pubblicano dieci riviste femminili; in nessuna fu scritto verbo; soltanto in questi ultimi giorni c'è stato un risveglio, consistito nella riunione della Sala Pichetti... CARADONNA. C'è anche la relazione del fascio italiano femminile!
LUPI, relatore della maggioranza. Questa indifferenza effettiva alla questione del voto alla donna non è mica indice di inferiorità della donna italiana in confronto delle donne degli altri paesi! Per me, per noi, è indice di superiorità morale, di un più equilibrato buon senso, di un più sano istinto femminile! (Approvazioni). La nostra opposizione, che è di principio, e quindi ha carattere assoluto, ci dispenserebbe di entrare nel merito del disegno di legge, che nella sua assennata, saggissima limitazione, sembra a noi contenga dei gravi pericoli, sui quali è opportuno meditare. Le categorie escluse, non ci facciamo illusione, si agiteranno... , Voce a destra. Ma se non è sentita!
LUPI, relatore della maggioranza. Ma quando voi avete stabilito il principio, quando avete sanzionato che esiste un privilegio a favore di alcune categorie, voi darete modo ai demagoghi d'ogni colore di mettere in subbuglio tutto l'elemento femminile nazionale. E tanto è vero questo fatto (che per me è il più grave), che l'onorevole Gasparotto, l'onorevole Sandrini, e sopra tutto l'amico Vicini, non hanno fatto mistero che questo è un primo passo, che si dovrà andare molto innanzi, che si dovrà arrivare al suffragio universale! Ora io sono certo che noi non andremo oltre i limiti del disegno di legge attuale; ma anche se non molleremo, come potremo impedire, onorevoli colleghi, che l'agitazione sorga, e che il fermento si produca? Noi coll'approvazione di questa legge avremo creato il titolo legale per questa fermentazione; e vedo già il sorriso ambiguo di Don Sturzo e di qualche capoccione della demagogia rossa (Commenti)-, vedo il mal dissimulato compiacimento, perchè è in essi la speranza che le loro falangi elettorali saranno per essere accresciute. (Vivi applausi — Commenti). CAVAZZONI. Sono 300 mila donne italiane favorevoli al voto, e Don Sturzo non c'entra.
LUPI, relatore della maggioranza. Interpellatele una ad una, onorevole Cavazzoni, queste 300 mila donne, e vedrete quale la risposta! Noi siamo sopra tutto preoccupati, non della portata della legge in sè stessa, ma dei pericoli di sviluppo che può presentare. Noi, che riconosciamo che è stato un disastro nazionale la concessione del suffragio universale per gli uomini, deprechiamo che si ricada in così perniciosissimo errore; e voi, colleghi, dopo l'amara esperienza di questi anni, voi tutti dovete convenire che, se non vi fosse stato il suffragio universale, che l'onorevole - Giolitti volle per puro spirito demagogico, non avremmo avuto certamente la malinconia del dopo guerra, e i soviet nei comuni, e la Camera del 1919, che portò al massimo il discredito dell'istituto parlamentare. (Applausi). CAVAZZONI. Sei un eletto del suffragio universale anche tu.
LUPI, relatore della maggioranza. Non ci tengo! Onorevoli colleghi, debbo essere preciso su di un punto. Poiché l'onorevole Vicini ieri, battendosi evidentemente coi mulini a vento, ha parlato di incapacità della donna a esercitare il diritto di voto, come se noi avessimo dedotto questo argomento, tengo a dichiarare che in tutti gli Uffici questa questione non fu affatto sollevata; non c’è nessuna differenza, per noi, nell'ordine intellettuale, fra l'uomo e la donna. MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri. Per me sì, ad esempio.
LUPI, relatore della maggioranza. Anzi ci sono tante e così magnifiche eccezioni, nel campo femminile, e ci sono anche tante delusioni in quello dell'intellettualità maschile, che qualche volta sorge forte il dubbio che le parti debbano, su questo punto, essere invertite. GABBI. Sì.
LUPI, relatore della maggioranza. Io, sono con la Genesi e con l'Evangelio di San Matteo. Per me la donna è un uomo. (Ilarità). Intendiamoci bene! Io prego i miei colleghi di leggere attentamente le sacre scritture e controllare l'esattezza della mia citazione: è un uomo, che si distingue, naturalmente, in maschio e in femmina... MARTIRE. Se mai è l'Evangelo di San Paolo, non quello di San Matteo.
LUPI, relatore della maggioranza. Come, per noi, è risibile lo sforzo di certa scienza, che ha voluto commisurare questa rispettiva capacità dal peso, fino al milligrammo, del cervello. Il problema per noi, onorevoli colleghi, vuole essere impostato in un modo chiaro, preciso, perentorio. Se mi è permessa l'affermazione, dico che deve essere presentato in una forma schiettamente fascista; e, se fascismo è aderenza immediata alla necessità storica che si evolve e si matura, io pongo questi due quesiti, e ne domando la risposta: giova effettivamente il voto alla donna? la nobilita, le conferisce dignità e considerazione, o non si avrà, nell'amara pratica, un risultato del tutto contrario Signori, noi sappiamo che cosa è la politica nella sua brutale realtà; noi sappiamo che è lotta, che è rancore, che è inasprimento di animi, che è sopratutto ingenerosità. Ma non ne abbiamo tutti i giorni un esempio? C'è un uomo, che si sacrifica in un modo sovrumano per la ricostruzione della nazione: nessuno degli avversari può contestare questa sua prodigiosa opera, questa sua religiosa consacrazione. Eppure egli non è risparmiato neanche un'ora da questa maledetta ira di parte, che impedisce e impedirà sempre la serena valutazione degli uomini e delle cose. (Applausi). In secondo luogo: giova quel voto alla forza dello Stato, o non minaccia invece di turbare il fecondo suo consolidamento, e non ritarderà quel necessario equilibrio degli spiriti, che è una delle mète prime che noi dovremo raggiungere, data l'affannata disintegrazione determinata dal fatto della guerra e dalle amare vicende del dopoguerra senza aggiungere che, mentre le risposte a questi due quesiti danno elementi nettamente contrari a questa riforma, io devo dichiarare che gli argomenti base, coi quali si suffraga la concessione del voto, non persuadono. Riprendo una discussione che può sembrare esaurita, ma che può meritare ancora qualche considerazione. Si dice tutte le nazioni hanno dato il voto; non ci siamo rimasti che noi. Ma io domando: le nostre donne godono forse minore libertà delle donne di quei paesi, in cui il voto è stato concesso. Vivono forse in uno stato di mortificazione peggiore di quello in cui possono vivere nei paesi dove il diritto di voto è da esse esercitato? Io vorrei interrogare tutte le donne italiane; ed esse risponderebbero, che, si dia pure ad esse il voto, non saranno per questo maggiori il rispetto, la considerazione, l'amore, che esse godono nelle condizioni attuali della nostra collettività sociale. E poi, ritorno ad una mia affermazione orgogliosa. Che cosa importa, a noi, di quello che si fa negli altri paesi. Un provvedimento di questo genere non deve essere adottato, sol perchè è stato adottato presso altri popoli. Ogni popolo ha una sua fisionomia, una sua psicologia. Il provvedimento, che è buono per il Massachusset, potrebbe essere rovinoso per un popolo come il nostro. (Interruzione del deputato Acerbo — Commenti). Ma poi, perchè, invece di parlarci di quello che si fa nel Colorado, invece di farci delle statistiche che sono puramente oziose, voi non ci portate l'esempio di Eoma. Eoma non ha mai dato il voto alle donne! ACERBO. Duemila anni fa! (Commenti).
LUPI, relatore della maggioranza. Ebbene, salto duemila anni, e vengo a tempi più recenti. Bicordo ai miei fratelli di fede che noi abbiamo elevato in un'altissima sfera e considerato precursore del nostro movimento e del nostro pensiero, Alfredo Oriani. Ebbene, Alfredo Oriani, nella «-Rivolta ideale-» è nettamente contrario all'inserzione della donna nella vita politica ed amministrativa del nostro Paese. (Commenti). Francesco Crispi, che intendeva la grandezza vera della Nazione, non ha mai voluto permettere che si discutesse, lui dominante, del diritto di voto alle donne. Si dice poi: anche l'Austria aveva dato il voto ! Ebbene, l'argomento è capzioso. L'Austria non ha mai dato il voto alle donne nel senso in cui è inteso nel disegno di legge attuale. L'Austria aveva dato il voto solo per il titolo del censo, e lo aveva assai limitato, perchè aveva stabilito un'altissima quota del reddito censuario. Poi, nel 1907, lo ebbe a togliere del tutto. Una concessione che era evidentemente un privilegio e un'ingiustizia, male si adduce per giustificare la riforma attuale! E forse sarebbe stato anche opportuno, che il telegramma delle donne dalmate, che quasi sembrano rimpiangere la schiavitù di un tempo, non fosse venuto a suffragare, sotto questo profilo, la tesi affermativa! Si dice anche: ma la donna dal fatto guerra ha acquistato una diversa considerazione di fronte agli interessi del Paese. L'argomento fa tremare l'anima. Ma è proprio vero questo particolare conforto, che le donne, che hanno tanto sofferto dalla guerra, attendono dalla concessione del diritto di voto? Oh, permettetemi di rendere a queste sante donne anche questo grande onore: che esse non hanno mai pensato di mettere a prezzo il loro tragico dolore attraverso un compromesso per una miserabile concessione di carattere elettorale. (Approvazioni — Commenti prolungati). Piuttosto è da considerare, onorevoli colleglli: non fu forse la guerra, con le sue inderogabili fatali necessità, a spostare violentemente la funzione naturale della donna nella nostra società civile, e anziché aiutare, con una provvidenza legislativa che non si sa mai quale sbocco potrebbe avere, questo distacco della donna dalla casa, non sarebbe forse saggia politica quella di restituire la donna, più che sia possibile, e fin che sia possibile, alle funzioni assegnatele dalle insovvertibili leggi della natura (Commenti). Perchè la donna, confusa nella politica, perderà sopratutto la sua serenità; e noi vedremo distrutto anche per noi questo sacro rifugio, in cui soltanto, nell'amarezza della vita quotidiana politica, ci è dato ritrovare il ristabilimento dell'equilibrio del nostro spirito turbato. Saremo due malinconici nel cammino aspro della vita; nessuno dei due avrà più di che riconfortarsi! Perchè voi sapete bene, che la vita politica, specie quando è combattuta e praticata con purità e santità d'intendimenti, non è altro che fonte di amarezza: essa distrugge per sempre, in chi la vive, la gioia del sorriso, dilegua per sempre ogni illusione di felicità. Non è forse vero, onorevoli colleghi, che questa violenta e, fatalmente, inevitabile fuoruscita della donna dalla casa, determinata dalla guerra, ha fortemente alterato in molte donne, in molte giovani specialmente, il senso della misura, il buon gusto che è la salvaguardia migliore della grazia e del pudore, e sopratutto il senso della economia, presidio primo della solidità dell'edifìcio famigliare? La preoccupazione politica (perchè l'amministrazione è politica: non si sa dove finisce l'amministrazione e dove comincia la politica, o comunque quasi sempre la prima degenera nella seconda) la preoccupazione politica, che noi avremo introdotta nell'animo della donna, non farà altro che aggravare tutti questi mali, che noi vorremmo sollecitamente, radicalmente eliminare; e farà, ripeto, della donna, una creatura, quale ce l'ha descritta una scrittrice di alta intelligenza che consegnava l'altro giorno, in un giornale ben noto per il suo femminismo come per il suo antifascismo, queste parole che io sento il dovere di leggere perchè meritano la nostra più attenta considerazione. «-La donna, che si occupa quasi esclusivamente di politica, perde le caratteristiche del proprio essere: diviene combattiva, ostinata, alacre, pungente; perde le sue qualità più belle che la inducono alla indulgenza; esagera un suo difetto che è la petulanza; dimentica la sua virtù più profonda: perdonare per forza d'amore; e disperde le sue energie in vani sforzi, battendo vie nelle quali si isterilisce e si guasta-». Io voglio dire una cosa (e con questo avrò posto termine a questo mio discorso che volle essere meditatamente breve e misurato), Voglio dire una cosa, che forse a qualche ascoltatore superficiale potrà sembrare motivo lirico fuori posto, o, peggio ancora, una esercitazione retorica di discutibile gusto. Io oso affermare che forse è la cosa più seria che avrò pensato e detta, oggi, qui dentro. Quando il mio spirito, quasi a procurare a me stesso la maggior gioia per la nostra fascistica consacrazione, si perde nella visione lontana di quella che l'immancabile sorte della nostra Nazione - segnata ormai dalle insopprimibili ragioni del sacrifìcio e della vittoria, della giustizia e della storia, garantita ormai dalla vostra presenza, dalla vostra volontà ferrea, dalla vostra passione inesausta, o Duce amatissimo - e, affrettando il decorso del tempo, mi vien fatto di pensare alle fatali necessità che noi potremo, in un'epoca forse più prossima di quello che noi stessi si possa immaginare, essere chiamati e costretti ad affrontare e a superare; quando a tutto ciò il mio pensiero si rivolge, tenendo sovratutto presente il formidabile, spaventoso, ma pur tuttavia provvidenziale nostro accrescimento demografico (che non potrà avere altro sbocco che quello, o di una paurosa schiavitù economica, e quindi politica, o quello di una incombattibile vittoriosa possanza di conquista) allora, se agli occhi dell'anima si rappresenta il quadro della donna, della madre italiana, così come ce la tramandò, nei lineamenti dolcissimi delle sue madonne, il pittore vissuto soltanto in giovinezza, tutta intenta, nella serenità non turbata ad allevare il figlio, a crescerlo forte e sano, forte di corpo e sano di spirito, come ella sola può divinamente fare, preparato a tutte le offerte e a tutte le rinuncie, pronto a tutte le prove e a tutte le audacie - oh! allora a me sembra che sulle sue ginocchia auguste non soltanto cresca e vagisca la creatura carnale; che pur fu alimentata per nove mesi nel mistero delle sue viscere palpitanti, ma in quel grembo si raccolga e sorrida, gonfio di speranze e di promesse, il destino stesso della patria immortale. {Applausi). Ora, quello che voi oggi delibererete, io ho timore (e vi chiedo perdono di questo mio pensiero, perchè vi giuro che non desidero di meglio che di essere in errore), io ho timore che adombri e intristisca la bellezza della visione incomparabile e stupenda. Oh! Ma non per questo, si scura la nostra fortissima fede, non per questo il nostro destino non sarà ugualmente vittorioso. ( Vivi applausi — Molte congratulazioni).
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Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.  Empty Re: Menzogne anti-Fasciste, “Il voto alle donne è inutile”.

Messaggio  Admin Gio 11 Mar 2021, 19:38

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente del Consiglio.
MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri. [Segni d'attenzione).
Onorevoli colleghi, credo che la discussione può concludersi stasera, poiché tutte le tesi sono state in quest'Aula egregiamente prospettate. D'altra parte la materia del contendere è così matura, che si potrebbe anche dire fradicia. Se ne discute da sessant'anni in Italia, se ne discute oggi perchè si presenta questo disegno di legge perchè non si discuta più ancora domani. L'argomento addotto dal mio amico Lupi, che se da sessanta anni, da Lanza in poi, non si è dato il voto alla donna, è segno che questo non era sentito, non è fondato. Noi fascisti ci siamo trovati a dover risolvere dei problemi per i quali si erano stampati dei volumi da riempire delle intere biblioteche. Per esempio la unificazione delle Cassazioni: a un dato momento abbiamo dovuto noi risolvere questo problema che ci era stato tramandato in sessanta anni da tanti deputati e ministri che ne avevano, inutilmente discusso. Intanto cominciamo col dire che non è questione nè di democrazia nè di aristocrazia. Ne volete una prova? Io credo che uno dei Paesi più democratici del mondo, e certamente il più democratico di Europa, sia la Svizzera; ora la Svizzera è l'unico Paese, insieme all'Italia, che non abbia dato il voto alle donne. D'altra parte nessuno di voi vorrà contestare che la Spagna sia un Paese rigidamente cattolico, fermamente tradizionalista, cavalleresco, legato al suo istituto famigliare: ebbene la Spagna di De Rivera ha dato il voto femminile generale, e non è avvenuto nessun cataclisma, fino al momento attuale. Non facciamo nemmeno una questione di nord o di sud, dando ad intendere che sia soltanto il nord che vuole questo voto, semplicemente perchè il nord è industriale, e che il sud, agricolo, non lo desidererebbe. Non è vero. Intanto è sintomatico che i relatori della minoranza siano tutti meridionali, e d'altronde è sintomatico che i relatori della maggioranza, quelli che in quest'Aula hanno parlato contro, siano uno toscano e l'altro bolognese. {Ilarità). Spogliamo dunque il dibattito da questi elementi che vi sono aderenti. E voglio dire anche all'onorevole amico Lupi che noi siamo un partito di massa, oramai. Ormai, quindi, non possiamo più prescindere dal suffragio universale. Vado più in là e dico che, se noi oggi dovessimo contare su certi ceti ristretti e dovessimo chiedere a questi ceti ristretti il loro suffragio, {Benissimo!) noi avremmo delle fierissime sorprese. (Approvazioni). Non siamo e non vogliamo essere più un cenacolo di politici {Benissimo); da tre anni siamo un partito di masse ed accettiamo, di questa situazione, tutti i danni ed anche gli enormi vantaggi. (Approvazioni). Non è vero che la questione non sia sentita. Concordo con l'amico Lupi e dichiaro anch'io che nelle mie peregrinazioni non ho mai trovato una donna che mi abbia chiesto il diritto al voto. Questo torna ad onore delle donne italiane. Si capisce! Nel dopo guerra abbiamo avuto altre gatte da pelare, abbiamo avuto altre questioni, e ne abbiamo ancora di così formidabili sul tappeto che la questione del suffragio femminile amministrativo può essere ritenuta d'ordine secondario. Ma io ho qui un pacco di telegrammi dei Fasci femminili, dico Fasci femminili, che reclamano questo modesto diritto; e il primo che ho sott'occhio reca una firma che ci deve far meditare: è la firma della signora Pepe, la madre dell'assassinato Ugo Pepe di Milano. Il telegramma dice: «-forte nucleo di donne fasciste e famiglie caduti fascisti inviano mio mezzo adesione voto femminile-». E potrei aggiungere, da questo pacco di telegrammi, le adesioni singole: per esempio le adesioni delle donne fasciste della provincia di Caserta, le adesioni delle donne fasciste della provincia di Messina; ma non voglio tediarvi a leggere questi telegrammi, i quali tutti indicano quale è la tendenza del mondo femminile fascista. D'altra parte, giustamente,- l'onorevole Vicini ha ricordato che nei postulati fascisti del 1919, a proposito di tornare alle origini, era nettamente contemplato questo postulato. Non divaghiamo a discutere se la donna sia superiore o inferiore; constatiamo che è diversa. Io sono piuttosto pessimista; più pessimista dell'onorevole Lupi: io credo ad esempio che la donna non abbia grande potere di sintesi, e che quindi sia negata alle grandi creazioni spirituali. Signori! in che secolo viviamo? In questo. Viviamo forse nel medioevo, quando la donna era chiusa nei castelli ed aspettava al verone il ritorno del crociato? No. Noi viviamo in questo secolo: un secolo arido, triste, se volete; ma noi lo accettiamo perchè non possiamo modificarlo: è il secolo del capitalismo; del capitalismo, cioè di in un determinato sistema di vita sociale. E questo determinato sistema di vita sociale; che ha ormai un secolo di vita, ha strappato le donne al focolare domestico, le ha cacciate a milioni nelle fabbriche (Commenti) le ha cacciate a milioni negli uffici, le ha immesse violentemente nella vita sociale. E, mentre voi siete atterriti di sapere che ogni quattro anni una donna metterà una scheda in un'urna, non siete affatto atterriti quando vedete delle maestre, delle professoresse, delle avvocatesse, delle medichesse, che invadono metodicamente tutti i campi dell'attività umana. (Approvazioni). E non lo fanno, o signori, per un capriccio: lo fanno per una necessità! (Approvazioni). Aggiungo che questa necessità diventerà sempre più impellente, perchè i tempi sono duri e nella famiglia, per vivere, oramai bisogna lavorare in due (Benissimo!), e al mattino l'uomo deve trovare la via per andare alla fabbrica e la donna deve andare all'ufficio. Ebbene, voi credete che tutto ciò tolga la poesia alla vita? No. Nè dà un'altra! (Bravo!). Ogni secolo ha la sua poesia. (Benissimo!). C'è la poesia del Medioevo, che consisteva in questa coabitazione: ebbene, la nuova poesia mette la vita sopra un altro piano. Insomma, se c'è nello spirito, la poesia può dominare anche le cose; ma se non c'è nello spirito, non saranno le cose che creeranno la poesia! (Applausi). Si dice: «-Ma noi siamo italiani. Che cosa c'importa se tutti i popoli della terra hanno il voto? Noi vogliamo costituire una brillante eccezione-». Bisogna persuadersi di un'altra cosa: che il Folklore nazionale è in ribasso. (Si ride). E perchè è in ribasso Perchè il capitalismo tende a uniformare la vita sociale di tutti i popoli. Le differenze si livellano. Su per giù viviamo tutti lo stesso ritmo di vita. Non è questa un'originalità, alla quale si debba assolutamente tenere. Qualcuno crede che l'estensione, il riconoscimento di questo diritto provocherà delle catastrofi. Lo nego. Non ne ha provocate nemmeno, in fin dei conti, quello maschile, perchè su undici milioni di cittadini, che dovrebbero esercitare il loro diritto sedicente, ben sei milioni non ci pensano nemmeno. (Approvazioni). Ma in certe regioni questa percentuale è ancora superiore: si va al 20 per cento, al 17 per cento. Così accadrà delle donne. Metà forse soltanto vorranno esercitare il loro diritto di voto. Non accadrà nulla nell'ambiente famigliare, per una ragione molto semplice. Non dovete credere che domani la vita della donna dominata da questo episodio. La vita della donna è dominata sempre dall'amore: o per i figli, o per un uomo. Se la donna domani ama il marito, vota per lui, per il suo partito. Se non lo ama, gli ha già votato contro! (Vivissima ilarità). In ogni caso, questo avvenimento fatidico si verificherà ogni quattro anni! Senza cadere nelle esagerazioni dei femministi, i quali attribuiscono alla donna delle qualità che a mio avviso non possiede, io penso che nella società nazionale un contributo di attività femminile amministrativa può avere qualche utilità. Non credo che questo varco darà luogo alla fiumana suffragistica. Prima di tutto c'è la nostra volontà contraria. In secondo luogo, le donne italiane sono state assai discrete. Se non vi fossero altri motivi per dare a loro il voto, ci sarebbe questo: non hanno fatto chiassate, non si sono agitate, in questo paese dove c'è sempre un agitato ed un agitatore. (Si ride — Approvazioni). Sono restate tranquille; hanno fatto sentire la loro voce con molta dignità e solo quando hanno visto che la questione era ormai sul tappeto. Non vi è dubbio, dunque, che il posto occupato dalla donna nella vita sociale è oggi estesissimo e tende ad aumentare. Non la ricaccerete più la donna nelle posizioni in cui era un secolo o due secoli fa, a meno che non ci sia una catastrofe del capitalismo che ci riduca a condizioni di vita che abbiamo creduto di aver superato. Lasciamo stare la questione della guerra. La donna ha fatto grandi cose durante la guerra, e ci sono degli esempi di eroismo femminile; nel Belgio Miss Cawell, fucilata dai tedeschi, è una figura di rilievo altissimo. Ma un'altra cosa c'è da considerare, signori, ed è che nella deprecabile guerra di domani (è un'ipotesi che noi dobbiamo sempre tener presente al nostro spirito) il posto della donna sarà ancora più ampio. E non per nulla una legge che non è stata ancora presentata a voi (lo sarà prossimamente), ma che è già stata approvata dal Senato e che ha per titolo «-Legge di mobilitazione della Nazione in guerra-», contempla nettissimamente il caso della mobilitazione femminile. Perchè vi è detto all'articolo 3: «-In caso di mobilitazione generale o parziale, tutti i cittadini, uomini e donne, sono obbligati a concorrere alla difesa morale e materiale della Nazione e sono sottoposti ad una disciplina di guerra-». Non si tratta dunque di dare dei premi; si tratta del semplice riconoscimento di una realtà di fatto che non è in nostro potere di ignorare e meno ancora di modificare. Ho finito. Qualcuno fa delle ironie solide sull'atteggiamento della maggioranza e dice: la maggioranza è contraria, farà dei discorsi, ma voterà come il Governo e il suo capo desiderano. Non c'è da fare ironie su questo terreno. Qui è la vostra forza, qui è la nostra forza, cioè nella subordinazione, nell'accettare la disciplina, specialmente quando è ingrata (Applausi), perchè quando è facile tutti vi si acconciano volentieri. E ricordate che in questa subordinazione di tutti alla volontà di un capo, ma che non è una volontà capricciosa, è una volontà seriamente meditativa e provata dagli avvenimenti, in questa subordinazione il Fascismo ha trovato la sua forza ieri, troverà la sua forza e la sua gloria domani. (Vivissimi prolungati applausi). Voci. La chiusura!


PRESIDENTE. Essendo chiesta la chiusura della discussione generale, domando se è appoggiata. (È appoggiata).
Essendo appoggiata, la metto a partito. (È approvata).

Passiamo allo svolgimento degli ordini del giorno, che non sono stati già svolti nella discussione generale.
Il primo è dell'onorevole Riboldi: «-La Camera afferma che il diritto al suffragio amministrativo e politico deve fontegorie, senza distinzione di sesso, devono quindi essere eguali nell'elettorato e nella eleggibilità-».
Non essendo presente l'onorevole Riboldi, s'intende che vi abbia rinunciato.
Segue l'ordine del giorno dell'onorevole Putzolu: «-La Camera, attendendo che la Commissione incaricata di formulare le proposte per le riforme costituzionali dello Stato presenti le sue conclusioni sulle nuove forme della rappresentanza amministrativa, non approva il progetto di legge per la concessione dell'elettorato amministrativo alle donne-».
Non essendo presente l'onorevole Putzolu, s'intende che vi abbia rinunciato.
Segue l'ordine del giorno dell'onorevole Rocca Massimo: «-La Camera, considerato che la concessione del voto amministrativo alle donne risponde, oltre che ad un criterio di giustizia e di valorizzazione patriottica, allo spirito di elevazione nazionale e popolare da cui il fascismo originario è nato, approva il disegno di legge presentato dal Governo-».
L'onorevole Rocca Massimo ha facoltà di svolgerlo.
ROCCA MASSIMO. Ritiro il mio ordine del giorno e mi associo a quello dell'onorevole Acerbo.
PRESIDENTE. Segue l'ordine del giorno dell'onorevole Ciarlantini: «-La Camera, premesso che il suffragio universale di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, trova giustificazione in un sistema che garantisca la rappresentanza degli interessi organizzati, fa voti che alla legge di estensione del suffragio amministrativo alle donne segua - senza ritardo - la presentazione di altro progetto di legge col quale si sostituisca al sistema elettorale in vigore - individuale e maggioritario - altro sistema che nella amministrazione degli enti autarchici assicuri a ciascuna categoria di interessi, non esclusi gli interessi femminili, la propria rappresentanza-».
Non essendo presente l'onorevole Ciarlantini, s'intende che vi abbia rinunciato.

Rimangono, dunque, solamente gli ordini del giorno dell'onorevole Acerbo e dell'onorevole Grieco.

Prego l'onorevole presidente del Consiglio di dichiarare quale accetti.
MUSSOLINI, presidente dei Consiglio dei ministri. Accetto l'ordine del giorno dell'onorevole Acerbo.
PRESIDENTE. Sta bene. Metto per primo a partito l'ordine del giorno dell'onorevole Grieco, non accettato dal Governo. Lo rileggo: «-La Camera afferma la eguaglianza dei sessi di fronte al suffragio amministrativo e politico basato sul principio del diritto di voto a tutti i produttori che non sfruttano lavori altrui-». Chi lo approva è pregato di alzarsi. (Non è approvato). Metto a partito l'ordine del giorno dell'onorevole Acerbo, sottoscritto anche dagli onorevoli Bianchi Michele, e D'Alessio Francesco, accettato dal Governo. Lo rileggo: «-La Camera approva i concetti informatori del disegno di legge e passa alla discussione degli articoli-». Chi lo approva è pregato di alzarsi. (È approvato).

Passiamo ora alla discussione degli articoli del disegno di legge secondo il testo proposto dal Governo: Art. I. All'articolo 24 della legge comunale e provinciale, testo unico 4 febbraio 1915, n. 148, sono sostituiti i tre seguenti: Art. 24. — Sono inscritte nelle liste elettorali amministrative le donne che hanno compiuto il 25° anno di età ovvero lo compiono non più tardi del 31 maggio dell'anno in cui ha luogo la revisione delle liste e che si trovino in una delle seguenti condizioni:
1°) che siano decorate di medaglie al valore militare o della croce al merito di guerra:
2°) che siano decorate di medaglie al valore civile, o della medaglia dei bene-meriti della sanità pubblica o di quella dell'istruzione elementare - o di quella per servizio prestato in occasione di calamità pubbliche, conferita con disposizione governativa;
3°) che siano madri di caduti in guerra;
4°) che siano vedove di caduti purché non siano state private del diritto alla pensione a termini e per effetto dell'articolo 23 del Regio decreto 12 luglio 1923, n. 1491;
5°) che abbiano l'effettivo esercizio della patria potestà o della tutela;
6°) che abbiano conseguito il proscioglimento dal corso elementare obbligatorio ai sensi dell'articolo 1 della legge 8 luglio 1904 n. 407, ovvero siano state ammesse al primo corso di un istituto o scuola pubblica governativa o pareggiata riconosciuta od approvata dallo Stato di grado superiore all'elementare, oppure superino un esame corrispondente, le cui norme saranno stabilite con regolamento da emanarsi di concerto fra i ministri della pubblica istruzione e dell'interno. Per l'applicazione della presente legge nelle nuove provincie si avrà riguardo ai corsi ed alle scuole corrispondenti.
7°) che paghino annualmente nel comune nel quale vogliono essere iscritte, per contribuzioni dirette erariali di qualsiasi natura ovvero per tasse comunali esigibili per ruoli nominativi, una somma non inferiore complessivamente a quaranta lire, e sappiano leggere e scrivere. Alla madre si tien conto delle contribuzioni pagate pei beni dei figli di cui abbia l'amministrazione per disposizione di legge. La prova di saper leggere e scrivere si dà nei modi stabiliti dall'articolo 33 della legge comunale e provinciale. Art. 24-bis. — Nella prima revisione delle liste elettorali dopo l'entrata in vigore della presente legge, saranno iscritte soltanto le donne che facciano domanda debitamente formulata e sottoscritta ai sensi e nelle forme degli articoli 32 e 33 della legge comunale e provinciale. Art. 24-ter. — Le donne iscritte nelle liste elettorali, che non siano colpite dalle ineleggibilità previste dagli articoli 26 e 28 della legge comunale e provinciale, sono eleggibili agli uffici designati dalla legge stessa ad eccezione dei seguenti:
1°) sindaco, assessore;
2°) presidente della Amministrazione provinciale e deputato provinciale;
3°) componente della Giunta provinciale amministrativa;
4°) componente del Consiglio di leva; della Commissione per la requisizione dei quadrupedi, per la revisione delle liste dei giurati, componente della direzione provinciale del tiro a segno nazionale, e del Comitato forestale. A quest'articolo la minoranza della Commissione ha proposto un emendamento perchè al n. 5, dopo le parole «-o della tutela-» siano aggiunte le parole: «-e sappiano leggere e scrivere-».

Atti Parlamentari — 3634 — Camera dei Deputati LEGISLATURA XXVII — Ia SESSIONE — DISCUSSIONI — TORNATA DEL 15 MAGGIO 1925

L'onorevole Acerbo ha facoltà di svolgerlo.
ACEBBO, relatore della minoranza. La minoranza della Commissione ha proposto questo emendamento per una semplice ragione di coordinamento con quanto si dice al n. 7 dello stesso articolo.
PRESIDENTE. Vi è poi un emendamento sostitutivo dell'onorevole Sandrini, sempre al n. 5, con cui si propone che alle parole: «-alle donne che abbiano effettivo esercizio della patria potestà o della tutela-», si sostituiscano le parole: «-alle donne che partecipino all'esercizio della patria potestà ó della tutela-». L'onorevole Sandrini ha facoltà di svolgerlo.
SANDBINI. Osservo rapidissimamente che le parole dell'articolo 24 della legge comunale provinciale al n. 5 «-abbiano l'effettivo esercizio della patria podestà o della tutela-» sembrano localizzare il diritto al voto alla donna tutrice, mentre secondo il codice esiste la partecipazione in qualità di consiglieri al Consiglio di famiglia, o di tutela. Le parole «-effettivo esercizio-» possono determinare un'ambiguità che è meglio togliere. Quando si dica che si ammettono al diritto di voto le donne che «-partecipino-», come è nella mia proposta, all'esercizio della tutela, l'ambiguità sparisce e il voto del legislatore diventa più chiaro. S'intende che si deve aggiungere che queste donne debbono saper leggere e scrivere.
PRESIDENTE. Il Governo accetta questi emendamenti?
MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri. Non posso accettare l'emendamento dell'onorevole Sandrini, salvo per la parte contenuta anche nell'emendamento dell'onorevole Acerbo, cioè l'aggiunta «-e sappiano leggere e scrivere-».
PRESIDENTE. Onorevole Sandrini, insiste nel suo emendamento?
SANDBINI. Non v'insisto.
PRESIDENTE. Metto allora a partito l'emendamento della minoranza della Commissione, accettato dal Governo. (È approvato). Vi è poi un emendamento sostitutivo proposto dalla minoranza della Commissione, per cui il n. 6 dovrebbe esser formulato così: «- 6°) che abbiano, se nate antecedentemente al 1894, superato l'esame di promosteriormente, che producano un certificato di promozione dall'ultima classe elementare esistente, al momento dell'esame, nel comune o frazione di loro residenza. Sul certificato di studi deve risultare l'attestazione della autorità scolastica che lo stesso è valido quale proscioglimento dall'obbligo agli effetti della legge elettorale. «-Potrà tener luogo di tale certificato la conseguita ammissione ad un primo corso di un istituto o scuola pubblica governativa o pareggiata riconosciuta dallo Stato di grado superiore all'elementare; o l'aver superato uno speciale esame le cui norme saranno stabilite con regolamento da emanarsi di concerto fra i ministri della istruzione pubblica e dell'interno.
«-Per l'applicazione della presente legge nelle nuove provincie si avrà riguardo ai corsi ed alle scuole corrispondenti-».

L'onorevole Acerbo ha facoltà di svolgerlo.
ACEBBO, relatore della minoranza. Le modificazioni della Commissione non riguardano l'essenza del provvedimento, ma solamente mirano a rendere più precisa una questione che è ingolfata in tutta una legislazione che si è man mano sovrapposta con criteri diversi. Questa nuova dizione è stata concertata con l'onorevole ministro della pubblica istruzione, di modo che in seguito nella applicazione della legge non possano sorgere equiparazioni fra le varie regioni secondo i vari gradi di istruzione che esistevano venti anni fa.
PRESIDENTE. È un emendamento di pura forma. Il Governo lo accetta? MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri. Lo accetto.
PRESIDENTE. Allora pongo a partito questo emendamento sostitutivo della minoranza della Commissione. (È approvato). Segue un altro emendamento sostitutivo proposto a questo articolo dalla minoranza della Commissione, per cui il n. 7 dovrebbe essere così concepito: «-7°) che paghino annualmente nel comune nel quale vogliono essere iscritte, per contribuzioni dirette erariali di qualsiasi natura ovvero per tasse comunali esigibili per ruoli nominativi, una somma non inferiore complessivamente a cento lire e sappiano leggere e scrivere.
«-Alla madre si tiene conto delle contribuzioni pagate pei beni dei figli di cui abbia l'amministrazione per disposizione di legge. «-La prova di saper leggere e scrivere di cui ai comma 5° e 7° si dà nei modi stabiliti dall'articolo 33 della legge comunale e provinciale-».

L'onorevole Acerbo ha facoltà di svolgere questo emendamento.
ACERBO, relatore della minoranza. Il nostro emendamento tende a inquadrare il disegno di legge in quel concetto di graduale potenzialità che è negli scopi del Governo.
PRESIDENTE. Onorevole presidente del Consiglio, ella accetta questo emenda-mento
MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri. Lo accetto.
PRESIDENTE. Metto allora a partito questo emendamento sostitutivo proposto dalla minoranza della Commissione. (È approvato). Vi è poi un emendamento aggiuntivo dell'onorevole Sandrini così formulato: «-Nel n. 7, dopo il capoverso che comincia: Alla madre ecc., aggiungere: Alla moglie si tiene conto delle contribuzioni pagate pei beni del marito di cui abbia l'amministrazione per disposizione di legge-».
L'onorevole Sandrini ha facoltà di svolgerlo.
SANDRINI. Mantengo l'emendamento, ma rinunzio a svolgerlo. PRESIDENTE. Onorevole presidente del Consiglio, ella accetta questo emendamento
MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri. Lo accetto.
PRESIDENTE. Metto a partito l'emendamento dell'onorevole Sandrini, di cui ho dato lettura. {È approvato). L'onorevole Sandrini ha infine presentato due altri emendamenti relativi all'articolo 24-ter della legge comunale e provinciale contemplato nell'articolo 1 del disegno di legge: «-Nell'articolo 24-ter, al n. 1 abolire la parola: assessore. «-Al n. 2 abolire le parole: deputato provinciale-».
L'onorevole Sandrini ha facoltà di svolgerli.
SANDRINI. Rinuncio a questi emendamenti.
Segue l’emendamento dell'onorevole Terzaghi: «-Aggiungere: «-Art. 2-quater. — Nelle elezioni per i Consigli dei comuni e delle provincie le donne potranno essere eleggibili nella misura non superiore alla metà degli eligendi -».
L'onorevole Terzaghi ha facoltà di svolgerlo.
TERZAGHI. La ragione dei mio, emendamento aggiuntivo è semplicissimo ed in coordinazione con quanto si è detto discutendo l'articolo 24-fer. Dal momento che è stabilito che la donna, anche se elettrice ed eleggibile, è esclusa da certi uffici, come quelli di sindaco, di assessore, di presidente della Deputazione provinciale, bisogna prevedere il caso che domani gli elettori, per un'intesa qualsiasi, presentino una lista esclusivamente di donne. In questo modo non si potrebbe costituire. un'Amministrazione comunale o provinciale. Per ciò bisogna limitare il numero delle donne eleggibili nei Consigli comunali o provinciali. Io avrei proposto la limitazione nella misura di una metà o di un terzo. Mi pare che in questa maniera sia meglio coordinato il criterio ispiratore dell'articolo 24-ter.
PRESIDENTE. C'è lo scrutinio di lista per i Consigli comunali, ma per i Consigli provinciali non c'è. Come si fa a determinare la lista?
TERZAGHI. Ci sono mandamenti che eleggono un consigliere solo... LANFRANCONI. Vuol dire che si eleggerà un candidato metà uomo e metà donna. {Ilarità).
TERZAGHI. La difficoltà a cui accenna l'onorevole Presidente esiste. Avverrà però il fatto che, se nei mandamenti che eleggono un solo consigliere provinciale si presenterà una donna, non si potrà costituire l'Amministrazione provinciale. Ecco quindi la necessità di limitare il numero delle donne, eleggibili.
TUMEDEI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TUMEDEI. L'osservazione dell'onorevole Terzaghi porge occasione ad un'altra osservazione di contenuto anche più pratico. Quando si stabilisce che al Consiglio provinciale possano essere elette delle donne soltanto in una certa percentuale, sorge la questione molto più grave di vedere se in un certo mandamento si dovrebbe eleggere una donna per fare eleggere un uomo in un altro mandamento. Siccome il caso fatto dell'onorevole Terzaghi è puramente accademico, così mi pare che non debba essere preso in considerazione, perchè le leggi non devono prevedere questi casi.
PRESIDENTE. Il Governo accetta questo emendamento?
MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri. Non lo accetto.
TERZAGHI. Allora ci rinuncio.
PRESIDENTE. L'articolo 1 rimane quindi così definitivamente formulato:
«-All'articolo 24 della legge comunale e provinciale, testo unico 4 febbraio 1915, n. 148, sono sostituiti i tre seguenti: «-Art. 24. — Sono inscritte nelle liste elettorali amministrative le donne che hanno compiuto il 25° anno di età ovvero lo compiano non più tardi del 31 maggio dell'anno in cui ha luogo la revisione delle liste e che si trovino in una delle seguenti condizioni:
I°) che siano decorate di medaglie al valore militare o della croce al merito di guerra;
2°) che siano decorate di medaglie al valore civile, o della medaglia dei benemeriti della sanità pubblica o di quella dell'istruzione elementare o di quella per servizio prestato in occasione di calamità pubbliche, conferita con. disposizione governativa;
3°) che siano madri di caduti in guerra;
4°) che siano vedove di caduti purché non siano state private del diritto alla pensione a termini e per effetto dell'articolo 23 del Regio decreto 12 luglio 1923, n. 1491;
5°) che abbiano l'effettivo esercizio della patria potestà o della tutela, e sappiano leggere e scrivere;
6°) che abbiano, se nate antecedente-mente al 1894, superato l'esame di promo-zione della 3a classe elementare; se nate posteriormente, che producano un certificato di promozione dall'ultima classe elementare esistente al momento dell'esame, nel co-mune o frazione di loro residenza. Sul certificato di studi deve risultare l'attestazione della autorità scolastica che lo stesso è valido quale proscioglimento dall'obbligo agli efetti della legge elettorale. «-Potrà tener luogo di tale certificato la conseguita ammissione ad un primo corso di un istituto o scuola pubblica governativa o pareggiata riconosciuta dallo Stato di grado superiore all'elementare; o l'aver superato uno speciale esame le cui norme saranno stabilite con regolamento da emanarsi di concerto fra i ministri della istruzione pubblica e dell'interno.
«-Per l'applicazione della presente nelle nuove Provincie si avrà riguardo ai corsi ed alle scuole corrispondenti;
7°) che paghino annualmente nel comune nel quale vogliono essere iscritte, per contribuzioni dirette erariali di qualsiasi natura ovvero per tasse comunali esigibili per ruoli nominativi, una somma non inferiore complessivamente a cento lire e sappiano leggere e scrivere. «-Alla madre si tiene conto delle contribuzioni pagate pei beni dei figli di cui abbia l'amministrazione per disposizione di legge. «-Alla moglie si tiene conto delle contribuzioni pagate pei beni del marito di cui abbia l'amministrazione per disposizione di legge.
«-La prova di saper leggere e scrivere di cui ai comma 5° e 7° si dà nei modi stabiliti dall'articolo 33 della legge comunale e pro-vinciale. «-Art. 24-bis. — Nella prima revisione delle liste elettorali dopo l'entrata in vigore della presente legge, saranno iscritte soltanto le donne che facciano domanda debitamente formulata e sottoscritta ai sensi e nelle forme degli articoli 32 e 33 della legge comunale e provinciale. «-Art. 24-ter. — Le donne iscritte nelle liste elettorali, che non siano colpite dalle ineleggibilità previste dagli articoli 26 e 28 della legge comunale e provinciale, sono eleggibili agli uffici designati dalla legge stessa ad eccezione dei seguenti:
1°) sindaco, assessore;
2°) presidente dell' Amministrazione provinciale e deputato provinciale;
3°) componente della Giunta provinciale amministrativa;
4°) componente del Consiglio di leva; della Commissione per la requisizione dei quadrupedi, per la revisione delle liste dei giurati, componente della direzione provinciale del tiro a segno nazionale, e del Comitato forestale-». Lo pongo a partito. (È approvato).
Art, 2. Nell'articolo 25 della legge comunale e provinciale è inserito il seguente: N. 12. — Le persone di cui agli articoli 15 e 16 del regolamento approvato con decreto del ministro dell'interno in data 27 ottobre 1891, n. 605, in esecuzione della legge sulla pubblica sicurezza, testo unico 30 giugno 1889, n. 6144. A tale uopo le autorità di pubblica sicurezza comunicheranno in via riservata entro il 15 dicembre di ogni anno alla segreteria del comune l'elenco delle persone di cui sopra. (È approvato).
Art. 3. All'articolo 27 della legge comunale e provinciale le parole «-il suocero ed il genero-» sono sostituite con le seguenti: «-agli affini in primo grado-». (È approvato).
Art. 4. Nell'articolo 32 della legge comunale e provinciale è inserito il seguente: N. 5. — La richiesta di sostenere l'esame previsto al n. 6 dell'articolo 24, quando l'iscrizione sia domandata da donne che non abbiano alcuno degli altri titoli indicati nel detto articolo. (È approvato).
Art. 5. Nella revisione ordinaria delle liste elettorali amministrative per l'anno 1925 si provvederà alla compilazione delle liste elettorali delle donne in esemplari separati da quelle liste degli uomini. Le donne comprese nelle liste avranno diritto di partecipare alle elezioni comunali e provinciali che avverranno dopo il 31 maggio 1925. La votazione delle donne sarà fatta in sezioni separate, purché il numero delle donne iscritte nella lista elettorale del comune non sia inferiore a cinquanta. Sono in conformità modificate le disposizioni degli articoli 5.1 e - 52 della legge comunale e provinciale. (È approvato).
Art. 6. Agli effetti dell'applicazione della pre-sente legge per l'anno 1925, il ministro dell'interno è autorizzato a stabilire le opportune norme a deroga delle disposizioni degli articoli 34 e seguenti, sino al 53 incluso, della legge comunale e provinciale per l'abbreviazione dei termini (compreso il termine di cui all'articolo 2 della presente legge) e per la semplificazione delle forme, divenire esecutive entro il 31 maggio 1925. Il Governo propone che il termine in cui le liste elettorali delle donne diverranno esecutive sia portato al 31 maggio 1926. Le ragioni di tempo sono ovvie. Metto a partito questo emendamento. (È approvato). Metto a partito l'articolo 6 così emendato. (È approvato).
Art. 7. E abrogata ogni disposizione di legge e di regolamento contraria alla presente legge. (È approvato).
Art. 8. La presente legge andrà in vigore dalla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. (È approvato).
Questo disegno di legge sarà votato a scrutinio segreto in altra seduta.
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